CALONEGO

Acoustic Music

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.. la scelta della chitarra

.. parlando di Baktrapack

.. colori di Andalusia

عود .. perchè la DADGAD ?

PORTRAIT

MOGOL

Club Tenco

INTERVISTA

di Alberto Grollo

 

 

Bluesman e cantautore prima ancora che chitarrista "puro", Sergio Arturo Calonego può sicuramente essere considerato astro nascente nella composita galassia italiana della seicorde. Dotato di personalità travolgente e comunicativa e di una tecnica che abbraccia il nuovo senza dimenticare la tradizione si sta creando una posizione di rilievo, specie dopo la vittoria al Premio ADGPA in occasione del Guitar International Rendez Vous 2015 e la conseguente partecipazione al Festival de la Guitare di Issoudun in Francia.

 

AG: Ciao Art, innanzitutto spiega alla comunità di Chitarra Acustica da che pianeta provieni...

 

ART: Prova a immaginare uno che si chiude nel bagno di casa con una chitarra acustica per dieci anni. Costruisce architetture senza interagire più di tanto con altri che suonano il suo stesso strumento. Certo ogni tanto guarda fuori dalla finestra ma grossomodo se ne sta in bagno e ci sta pure comodo.  Poi un giorno esce dal bagno. Ecco io vengo da lì  

 

AG: Quindi dopo un periodo, che potremmo definire,”scatologico”, assistiamo ad una evoluzione della tua vita musicale: raccontaci delle tue esperienze blues e dei tuoi concerti, che se non sbaglio sono arrivati alla ragguardevole cifra di almeno 700

 

ART: Ho iniziato a suonare la chitarra alla fine degli anni '80 e il blues è stato il mio primo amore. Inizialmente utilizzavo una chitarra classica che amplificavo con le cuffie inserite nella sezione microfono dello stereo di casa. Nel 1988 ho comprato la mia prima vera chitarra, una Fender Stratocaster e dopo poco, erano gli inizi degli anni '90, ho cominciato a esibirmi nei locali. Per la verità era un’epoca diversa, la gente era più curiosa, giravano più soldi e i gestori dei locali forse erano più intenditori che imprenditori sta di fatto che ho suonato tanto e ovunque, bettole e locali di alto livello, in Italia ma anche all’estero, in particolare ho suonato per due anni in Islanda. Non mi sono mai sentito un bluesman ma il blues è una musica che conosco abbastanza bene. Molto di quello che so sui blues l'ho imparato da Giancarlo Crea, grande armonicista della Model T-Boogie, con il quale ho suonato e che mi ha insegnato molto di questa musica. Una certa esperienza me la sono fatta anche aprendo concerti di musicisti americani e questo soprattutto grazie a Carlo Prandini , deus ex machina de 1&35Circa, che mi ha permesso di entrare in contatto con musicisti straordinari ai quali ho cercato di rubare il mestiere e chiesto consigli. Ricordo le parole di Paolo Bonfanti che una sera mi disse “ .. costruisci la tua musica un pezzo per volta, come un artigiano di qualità ”. Gli ho dato retta, oggi con Paolo c’è anche un rapporto di amicizia oltre che di stima e lo considero ancora uno dei miei riferimenti anche se facciamo cose molto diverse. Ma mi fermo qui perchè sarebbe un elenco veramente davvero molto lungo.

 

AG: E dopo il Blues cos'è successo ?

 

ART: Nella prima decade del nuovo millennio cambiò l'aria e probabilmente anche io. Ho frequentato il mondo dei cantautori e della musica indipendente e sono stati anni in cui ho avuto esperienze editoriali importanti. Ho maturato un'esperienza in Warner Bros come autore e ho registrato dischi collaborando con la Faier Enterteiments di Davide Sapienza e Paolo Pelandi e poi con gli amici della Viaaudio Records grazie ai quali ho avuto la possibilità di suonare per tutta l'Italia in un circuito che non conoscevo. Il mio ingresso nel mondo della chitarra acustica coincide di fatto con la pubblicazione del mio primo disco solista, Marinere, che risale al 2013. Da quel momento mi sono presentato sempre da solo con la mia chitarra acustica. Queste esperienze mi hanno permesso di collezionare un numero importante di concerti, un po’ più di 700 ad oggi, e di imparare tante cose, soprattutto le regole non scritte del palco.

 

AG: Bella, intrigante quest’ultima suggestione: quali sono secondo te le regole non scritte del palco ?

 

ART: Per esempio ho imparato che a un fonico devi fare meno domande di quelle che vorresti ma una in più per avere le risposte che ti servono. Ho imparato che se suoni tanto per locali non devi scegliere il miglior sistema di amplificazione ma il più efficace e non dimenticarti mai che il suono esce prima dagli occhi e poi dalle casse dell’impianto. Ho capito che molto spesso il silenzio che accompagna l’esecuzione di un brano vale più dell’applauso finale e che il pubblico non è stupido e se non apprezza quello che stai facendo non sempre è colpa sua. E poi .. ho imparato che la prima cosa da mettere in valigia quando sei in tour sono i fazzolettini di carta, il vero professionista spesso lo riconosci da questo dettaglio. Chiaramente tutto questo vale per l’intrattenimento, i contesti accademici sono un altro romanzo.

 

AG: Dal bordello della Stratocaster al “silenzio” dell’acustica: come è nata questa “conversione”?

 

ART: E’ stato un passaggio graduale che ha avuto un’accelerazione enorme negli ultimi anni. Inizialmente si è trattato di uno studio intimo e lontano da qualsiasi tipo di obiettivo personale. Con il tempo è diventato uno studio clandestino, quasi da amante perché mi ritrovavo a suonare elettrico nei concerti e poi a flirtare con la chitarra acustica nel bagno di casa. Non frequentando scuole mi sono evoluto da solo e ho risolto a modo mio problemi formali e d'impostazione. Sai, questo modo di studiare può essere rischioso perchè ti può portare a sbagliare ma può anche avvenire che inciampando in errori di interpretazione possa costruire il tuo "modo". Per la verità c'è anche una tappa simbolica che mi piace ricordare. Nel 2006 un amico mi regalò il biglietto per un concerto di Pierre Bensusan e quel concerto di fatto ha cambiato la mia attitudine sullo strumento e soprattutto il mio approccio alla musica. Pierre Bensusan è uno dei massimi ambasciatori della DADGAD e quella sera,  tornato a casa, ho riaccordato la chitarra e ho cominciato a demolire tutte le certezze che avevo.

 

AG: Sicuramente, nonostante l’immensità delle accordature alternative, la DADGAD è la più usata fra tutte, quando vuoi andare oltre la tradizionale. Come mai anche tu con la DADGAD ?

 

ART: Questa accordatura per la verità mi fu mostrata per la prima volta da Paolo Zanni liutaio e caro amico complice del mio passaggio dalla chitarra elettrica a quella acustica. Amo la tensione che si genera sulla chitarra accordata in questo modo e nel tempo è diventato quasi un bisogno fisico. Ho dovuto ridisegnare il mio modo di suonare, disimparare tutto quello che sapevo, ricostruire il mio approccio sullo strumento e cambiare persino la postura. All'inizio è stato un vero e proprio lavoro di traduzione: dal blues alla musica barocca passando per Hendrix. Poi ho cominciato a tradurre alcune mie composizioni e, solo più avanti, a scriverne di nuove. E' stato un pò come studiare il greco antico al liceo. Per tradurre un brano non c’è bisogno solo del dizionario, serve una visione d’insieme e con la musica non è tanto diverso. Alla fine di questo periodo mi sono trovato così comodo che ha cessato di essere un'accordatura alternativa ed è diventata il mio modo di camminare. Questo periodo di distruzione e ricostruzione di un modello è avvenuto a Baktrapack.

 

AG: Cos’è Baktrapack, mi suona tanto come un carcere di massima sicurezza...

 

ART: No, più che a un carcere direi che assomiglia a un salvagente. Baktrapàck è un luogo della mente dove mi rifugio quando ho bisogno di fare silenzio intorno a me. Quasi tutto quello che immagino e poi scrivo nasce lì. Per silenzi e suggestioni ricorda molto le paludi della Lousiana o gli altipiani del Tibet.

 

AG: Dal Tibet all’antica dinastia indiana il passo è breve, raccontaci del premio che ti è stato conferito da Mogol, come è nato tutto e per quale motivo hai vinto

 

ART: Ho vinto per caso partecipando per simpatia. Si trattava di un contest legato alla canzone italiana su suggerimento di un'amica. Inizialmente non volevo farlo perché mi rendevo conto che la mia musica ormai era lontana dal formato canzone. La giuria era composta dai maestri dell'Orchestra Stabile del Teatro Regio di Torino e presieduta, appunto, da Mogol che quella sera decise di assegnarmi un premio speciale : la Targa Siae in qualità di autore compositore. La motivazione fu " .. per l’originalità della proposta compositiva sorretta da una particolare ricerca strumentale “. Onestamente non me l'aspettavo. Pensa che quando mi hanno chiamato sul palco per la premiazione ero già uscito dal teatro. La Targa Siae è un riconoscimento nazionale importante e mi ha dato molta visibilità. Questo Mogol lo sapeva e me lo disse chiaramente quella sera consegnandomela.

 

AG: Da qui e di seguito si è sviluppata la tua travolgente carriera di chitarrista acustico: raccontaci delle tue esperienze all’ADGPA di Pieve, a Issoudun e a Sanremo

 

ART: Su ADGPA e il Rendez Vous innanzi tutto voglio confermare pubblicamente le due leggende che mi riguardano ovvero quella della piscina e quella del venditore di rose. Confermo che 20 minuti prima del check sound per la finale di Pieve di Soligo ero ancora in piscina e che se non mi sono presentato in accappatoio è stato solo perchè dovevo liberare la stanza dell'albergo; e poi confermo che quando Carlos Juan si è precipitato per farmi i complimenti dopo la vittoria in finale pensavo che mi volesse vendere delle rose. La verità è che sono stati giorni stupendi. Il Rendez Vous, il viaggio in Francia, il concerto di Issoudun e la reazione del pubblico francese hanno ormai un posto speciale nei miei ricordi. Marcel Dadi è ancora vivo negli occhi dei suoi amici in Italia e a Issoudun la sua presenza è così intensa che ti aspetti che da un momento all'altro si farà vivo. E' commovente. A Issoudun mi sono sentito adottato, un'esperienza molto simile a quella che ho provato in Club Tenco perchè anche in quell'occasione ho avuto la sensazione di sentirmi in famiglia. Sanremo è stata un'avventura completamente diversa. E' stata una giornata bellissima perchè mi sono divertito come un matto, lusingato per l’invito a suonare al pre festival. Sanremo è una vetrina ma so che il mio viaggio, musicalmente parlando, mi porta altrove. Sull’appartenenza alla categoria dei chitarristi ti devo dire che mi sento più a mio agio nella definizione che mi è stata data di "acoustic sailor" (navigatore acustico) .. non ho mai voluto approfondire se si trattasse di un complimento ma suonava così bene che mi sono autoconvinto che lo fosse.

 

AG: Come è nato il tuo stile così particolare di acoustic sailor ?

 

ART: Le domande che poi ti guardi troppo allo specchio sono pericolose.. Posso dirti che molto di quello che s uono è percezione di quello che sono. Da un punto di vista tecnico non ho alcun tipo di pregiudizio formale: corteggio la melodia quando e se è una buona melodia, non mi formalizzo se devo utilizzare tecniche contemporanee se la suggestione che inseguo evoca una tensione ritmica. Ho un approccio alle tecniche percussive decisamente sostanziale e non formale nel senso che le utilizzo raramente ma quando lo faccio non è per colorare un brano ma sempre per sostenerlo. Per il resto penso più alla musica che a come dovrò suonarla e la chitarra finisce dove mi serve. E poi io bevo solo birra belga.

 

AG: Ed è così che appare dai tuoi dischi. Come li registri ?

 

ART: Dadigadì e Marinere sono stati registrati in tre giorni. Da quando produco personalmente i miei dischi mi sono imposto questa regola ferrea. Quando l'intenzione narrativa del disco è chiara e i brani mi convincono per ritmo, armonia e melodia mi prendo un paio di mesi per imparare a suonarli con disinvoltura. Lavoro molto in fase di preproduzione e poi registro rigorosamente senza sovraincisioni. Lavorando in questo modo la registrazione diventa il momento del racconto e la tensione sparisce.

AG: Tre musicisti fondamentali per la tua formazione ?

 

ART: Paolo Conte, Lightnin' Hopkins e Pierre Bensusan.

 

AG: Se ti dicessi melodia, cosa mi rispondi ?

 

ART: Chet Baker

 

AG: Se ti dicessi ritmo ?

 

ART: Django Reinahrdt

 

AG: Se ti dicessi armonia ?

 

ART: Johann Sebastian Bach

 

AG: Tecnica o cuore ?

 

ART: Penso che tecnica e cuore non si escludano necessariamente. Studiare, accrescere la propria tecnica e la conoscenza di linguaggi diversi non fa del male al cuore della musica. Se è il cuore a guidare la tecnica, la poesia non ne risente. Nel mio modo di intendere la musica, il cuore è la direzione e la tecnica è il mezzo.

 

AG: Il tuo rapporto con la chitarra, sia fisico che mentale cosa significa la musica per la tua vita

 

ART: A livello mentale ti direi che è cercarsi, nel senso di cercare sè stessi nella musica. A livello fisico c'è un legame non ancora esplorato che lega la musica al nostro corpo. E' un tema che mi sta a cuore e che tu conosci molto meglio di me..

 

AG: Beh da qui potremmo cominciare ed andare molto avanti, e probabilmente verrebbe fuori un articolo a se stante… non ci sono dubbi che tutto ciò che fa rumore (fin dall’antichità ed ancora prima che nascesse la parola come forma di comunicazione) crea nel nostro organismo delle variazioni a più livelli. Il più immediato è quello psicologico, a causa dell’immensità di connessioni presenti nel nostro cervello e delle diverse aree preposte alla sensibilità, ai ricordi, agli istinti, alla motricità. Il secondo livello è fisico, ed è rappresentato da altre connessioni che determinano la produzione di ormoni. Esempi sintetici ed (ora) abbastanza scontati: endorfine e dopamina per le musiche rilassanti, adrenalina per le musiche ritmate e fracassone.  Tutto ciò si configura sostanzialmente in risposte, che ormai sono state testate in migliaia di esperimenti e che riguardano la frequenza cardiaca e respiratoria, la pressione sanguigna, la tensione muscolare e di certi strati della pelle. Questa è una sintesi stringatissima che cerca di farci capire quello che succede dentro di noi mentre ascoltiamo o, meglio, facciamo musica. A livello cosciente e subliminale. 

 

AG: Ma tu mi hai fatto deviare pericolosamente dall’argomento, che è la tua intervista. Allora dimmi che chitarra usi , quali corde ?

 

ART: Mi piacciono le chitarre neutre perché danno la possibilità di personalizzare il suono con il tuo tocco. La mia chitarra da concerto è una Martin HD28 che ho acquistato personalmente a Los Angeles anni fa. E' una chitarra più equilibrata della fama che ha e con il tempo alcuni suoi difetti sono diventati i miei pregi. "Baby" è potente e pianistica quando serve, ma se la accarezzi sa essere molto dolce. Ho dovuto imparare a controllare la mano destra che è davvero il miglior equalizzatore disponibile sul mercato. Utilizzo una postura inconsueta ma è molto efficace perché ho a portata di mano tutto lo strumento. Mi sono adattato io alla chitarra e questo atteggiamento mi ha portato ad osservare le cose da un altro punto di vista anche per quanto riguarda la composizione. Dal punto di vista dell'amplificazione ho un approccio decisamente essenziale e minimalista. Personalmente non faccio uso di effettistica ma ho grande stima per chi la sa utilizzare con garbo e buon gusto. Per quanto riguarda le corde utilizzo Elixir bronzo 012.   

 

AG: Come vedi il tuo futuro ? 

 

ART: Vedo un futuro fatto ancora di studio e probabilmente un terzo disco. Per quanto riguarda l’attività live devo dirti che non sono un forzato dei concerti per cui ..  suonerò se ci saranno occasioni e presupposti per farlo. Sono un papà di tre splendidi bimbetti, suonare in bagno o in soggiorno non mi spaventa.

 

AG: Che consiglio daresti ai giovani ?

 

ART: Fare sogni grandi da realizzare con piccoli passi

 

AG: Un’ultima domanda per i lettori di Chitarra Acustica : gira voce che quest’anno ti vedremo impegnato al Rendez Vous dell’ADGPA a Pieve di Soligo non solo per il concerto. Confermi l’indiscrezione ?

 

 

ART: Confermo. Prima di tutto vorrei anticipare ai lettori di Chitarra Acustica che quest’anno ci saranno alcune novità rispetto alle edizioni precedenti. I primi due concorrenti passano direttamente alla finale, come al solito, ma da quest’anno anche tutti gli altri che hanno partecipato, se lo vorranno, potranno venire a Pieve di Soligo a confrontarsi dal vivo per diventare il terzo finalista della domenica sera. Vogliamo che il Rendez Vous diventi la scusa per conoscersi di persona, suonare insieme, provare le chitarre dei tanti liutai che esporranno e parlare di musica. Vogliamo dare il giusto valore alla partecipazione perché abbiamo questa idea forse un po’ demodè nella Musica ci si esprime, non vince e non perde nessuno.  Gli organizzatori si stanno dando veramente da fare per rendere il viaggio una vera vacanza low cost: pasti ed alloggi in b&b  a prezzi bassissimi. Il mio ruolo ?  .. farò l’hostess. 

ADGPA - International Guitar R.V.

INTERVISTA

di Giulia Romano

 

 

Chiacchierata emotiva con un navigatore acustico : buesman, chitarrista acustico, cantautore…per noi dell’Isola soprattutto un amico sempre più presente. Sono tanti i nomi con cui chiamare Sergio Arturo Calonego (anche del nome proprio ci sono più versioni, Sergio, Arturo, Art…)  lui alza gli occhi, con la chitarra in spalla, e risponde sempre con un sorriso e una cortesia che cattura. Un musicista che negli anni ha accumulato esperienze e riconoscimenti senza risparmiarsi mai (nel 2014 Mogol lo premia con la targa SIAE, nel 2015 vince il premio come miglior chitarrista acustico nuova proposta al Rendez Vous ADGPA…solo per citare un paio tra i suoi successi), un uomo per cui la musica è un modo di essere, di conoscersi, di vivere.

ISOLA: Ciao Sergio, ormai sei un amico affezionato de L’Isola. Per il secondo anno consecutivo torni a casa con un premio dal nostro concorso L’artista che non c’era. Quest’anno poi è particolarmente significativo, visto che entrerai a far parte del bel progetto di Franco Mussida CO2. Di cosa si tratta?

 


ART: Sì, in effetti l’anno prossimo c’è il rischio che non ci si veda… spero potrete ospitarmi almeno come barman!!! Detto questo… in merito a CO2 ti dico che l'intenzione è quella di dare ai detenuti delle maggiori carceri italiane la possibilità di rieducarsi all’ascolto di sé, delle proprie emozioni e della propria sensibilità utilizzando musica strumentale catalogata per stati d'animo. L'idea di fondo è quella di utilizzare la musica per abbattere il silenzio emozionale che regna in quei luoghi. Mussida si è speso molto per promuovere questa iniziativa ed io sono lusingato che alcuni miei brani siano entrati a far parte del progetto CO2 che, giusto ricordarlo, è sponsorizzato dalla SIAE e patrocinato dal Ministero della Giustizia col patronato della Presidenza della Repubblica.

 

ISOLA: La musica incontra il sociale in un progetto come questo. È un rapporto che tieni presente nel tuo fare musica? Avverti un senso di responsabilità nei confronti della musica che metti al mondo, e nel mondo?

 

ART: Più che un senso di responsabilità nei confronti della musica avverto una sensazione di complicità nei confronti di chi mi ascolta. Mi sento un traduttore di emozioni.  La musica in generale ha il potere di evocare stati d'animo, quella strumentale forse è più simile a uno sguardo muto: rivela immagini primordiali senza filtri e mediazioni.   

 

ISOLA: Ho davanti agli occhi un numero cartaceo de L’Isola risalente al 1999. Compari tu, con quella che allora era la Lillidy Blues Band. Poi ci sono stati gli Arturo Fiesta Circo. E ora Sergio Arturo Calonego, quasi sempre solo sul palco con la tua chitarra. In che modo è cambiato negli anni il tuo modo di fare musica? Come e cosa cambia nel modo di approcciarsi alla musica e alla dimensione live, dal gruppo al singolo?


ART : Se suonare in una band è come viaggiare in autobus, suonare da soli è un po’ come viaggiare in bicicletta. È una questione di attitudine e obiettivi. Il mio viaggio nella musica è stato lungo; ho visto veramente tante cose. La dimensione "chitarra acustica sola" ha molto a che fare con l'esplorazione del linguaggio del mio strumento ma non mi definirei esattamente un chitarrista. Corteggio una dimensione solista e orchestrale ma direi che l'intenzione narrativa è rimasta quella di sempre. Dal vivo il mio concerto oggi forse è più intimo ma per certi aspetti anche più spettacolare. Può sembrare un paradosso ma come approccio io mi sento comunque un cantautore e la mia stella polare resta la lezione di Paolo Conte.

 

ISOLA: I riconoscimenti non ti mancano di certo: hai vinto numerosi e prestigiosissimi premi come chitarrista, ma non solo. Come protagonista di Body and Sound anche il mondo del cinema ha riconosciuto la tua bravura…


ART: I riconoscimenti che ho ricevuto negli ultimi anni onestamente hanno stupito me per primo. Non erano previsti e francamente neanche prevedibili. Body&Soundpoi è stata un’esperienza entusiasmante; Alberto Nacci, il regista e produttore del film, mi ha scelto dopo avermi visto durante il sound check prima di un concerto. Utilizzo una postura decisamente inconsueta perché, così dicono in tanti, sembra che stia abbracciando la mia chitarra. Mi disse che aveva intenzione di realizzare un film-documentario sul rapporto di fisicità che lega il musicista con il suo strumento e che i musicisti che voleva coinvolgere sarebbero stati musicisti di estrazione classica o jazz. Ho accettato perché incuriosito dalla persona e dal suo garbo. Non immaginavo che questo lavoro sarebbe stato premiato così tanto. Il secondo episodio di Body&Sound, che trae spunto dal mio brano Dadigadì, ha ricevuto ben cinque premi internazionali di cui uno a Hollywood. 

 

ISOLA: La commistione tra arti diverse ti affascina? Più volte hai detto che la tua prossima opera sarà fatta di carta…

 

ART: Sì. Vorrei, e lo farò. Voglio scrivere un breve racconto di questo mio strano viaggio nel mondo musicale. Un diario da lasciare ai miei figli, ne ho tre, per quando saranno più grandi. Vorrei trasmettergli l’idea che nella vita sognare è importante, che i sogni vanno curati e che per farlo è necessario volersi bene ma che bisogna imparare a non amarsi troppo.  A volte nei viaggi le tappe possono essere anche più interessanti della meta. 

 

ISOLA: Anche in ambito musicale, non è facile etichettarti: per alcuni versi un bluesman, per altri un cantautore, certamente un ammirato chitarrista acustico… in quale veste ti senti più a tuo agio, e come indossi i diversi panni?

ART: Le mie esperienze nel blues e nella canzone d’autore sono state determinanti per la mia formazione musicale. Oggi vengo considerato da molti un chitarrista tecnico e la cosa, a piccole dosi, mi fa anche piacere ma la verità è che nelle tasche della giacca ho delle storie da raccontare; direi che continuo a raccontarle solo che a volte hanno le parole, altre volte no.

 

ISOLA : Ti hanno definito un acustic sailor, ponte tra il mondo del cantautorato e quello dei chitarristi…

ART: Vero, una definizione davvero simpatica che mi è stata data da un musicista americano e che ho fatto mia. Fotografa molto bene il mio approccio alla chitarra acustica, al formato canzone e più in generale alla musica e alla vita. Mi piace l’immagine di un marinaio che viaggia su una "chitarra a vela" che ha delle storie da raccontare. Sì, mi trovo molto a mio agio in questa definizione.

ISOLA: Una volta mi hai confidato che non ti piace la tua voce (pazzo!). Eppure canti. Penso a diversi brani di Marinere, penso a Darlin' in Dadigadì.  Perché a quelle canzoni serviva una voce? A che urgenza rispondevi?


ART: Da sempre mi sento più un costruttore di musica che un cantante e devo ammettere che spesso subisco più il fascino del colore di una parola che il suo significato. Di tanto in tanto sento l'urgenza di essere più esplicito e quando succede non mi formalizzo; l'utilizzo della parola non mi spaventa. Sulla voce invece ho ben poco da dire: ho sempre amato le "belle voci", quelle che sanno danzare leggere con la musica. A me ne hanno dato una che andava bene a mala pena per raccontare i miei blues. Direi che nel tempo ho imparato a conviverci e molto recentemente in alcuni brani, è il caso di Darlin', la reputo anche quasi adatta.

 

ISOLA: Come nasce un tuo pezzo? 


ART: Traduco ricordi. Suono molto con la testa.  

 

ISOLA: La prima volta che abbiamo ipotizzato questa intervista (c’era ancora l’Impero Romano!!!), abbiamo immaginato di titolarla: “Chiacchierata emotiva con un navigatore acustico”. Cosa sono le emozioni? In che modo influenzano, se lo fanno, la tua musica?


ART: Musicalmente parlando sono attratto dall'esplorazione e dall'evocazione delle emozioni.  Il contesto emotivo mi affascina più di quello sentimentale. Sono molto più riservato di quel che si possa pensare.

 

ISOLA: Sergio, un’ultima domanda: dove si trova Baktrapàck??? Lo citi spesso, l’ho googlato in ogni modo ma con scarsi risultati. È forse un luogo della mente, appartiene a una geografia magica? Come lo hai trovato?


ART: Baktrapàck è un luogo della mente che nel tempo è diventato anche un luogo fisico. Una storia che inizia sul mare. Il 16 luglio del 2004 il Boeing 747 su cui viaggiavo ha preso fuoco. Stavamo andando all'Avana ma ci siamo salvati tutti grazie a un atterraggio di fortuna. Quando sono tornato in Italia ho comprato una chitarra acustica perché sull'Isola ero rimasto affascinato da musicisti di habanera e son che utilizzavano strumenti acustici. Ho trascorso dieci anni nel bagno di casa a giocare con la mia chitarra. È stato uno studio intimo, carbonaro. Quasi da amante. Suonavo la chitarra elettrica nei progetti che hai citato prima mentre a casa, per i fatti miei, approfondivo il mio rapporto con la chitarra acustica senza alcun obiettivo. L’ho fatto per me stesso. Intorno al 2006, dopo un concerto del compositore francese Pierre Bensusan, che adoro, ho deciso di accordare la chitarra in DADGAD. Si tratta di un'accordatura molto utilizzata nella musica celtica ma di evidente derivazione mediorientale. Non frequentando scuole mi sono evoluto da solo e da solo ho risolto problemi formali e di impostazione. Ho dovuto demolire e rivedere tutte le certezze che avevo sullo strumento. Ecco...questo periodo di distruzione e ricomposizione di un modello è la Baktrapàck. di cui in tanti mi chiedono. Baktrapàck è il silenzio interiore che, con tre bimbi piccoli a spasso per casa, coltivo grazie alla mia chitarra per lo più nel bagno di casa.   

 

 

Club Tenco

INTERVISTA

di Kevin Ben Alì Zinati 

 

 

Quando cerchi di descrivere un musicista pensi subito a quelle definizioni categorizzanti che ti hanno insegnato a scuola. C’è il rocker, il bluesman, il jazzista. Lui invece non si rinchiude dentro a nessuna categoria. Anzi, ne vuole stare fuori. Perché un’etichetta dice cosa sei e soprattutto cosa non sei e il viaggio di Sergio Arturo Calonego nella musica non è ancora arrivato ad uno stop definitivo. Cantante? Chitarrista? Cantautore? Tutto e il contrario, dipende: qui sta il bello. Calonego è un poeta della musica con mille facce, con tante storie da raccontare e altrettanti modi e stili per farlo. Un musicista votato al costante cambiamento, un “fotografo di emozioni” che nel suo viaggio con la chitarra in mano è passato dal jazz all’acustico, da leader di una band a solista, da chitarrista ad “acoustic sailor”. Dal blues con la Lillidy Blues Band è passato agli scatenati Arturo Fiesta Circo fino ad arrivare, come solista, al concerto Pre Sanremo 2016. Quello di Calonego, dunque, è un entusiasmante e imprevedibile viaggio dentro se stessi e la musica che, per ora, non sembra ancora voler finire.


KBAZ: Sergio, come è stato suonare al concerto pre Sanremo? Emozionato? 


ART: È stata un’esperienza strana. La mia proposta musicale non è esattamente quello che ci si aspetta di ascoltare in contesto sanremese. C’entravo molto poco ma sono stato trattato benissimo e mi sono reso conto che gli addetti ai lavori sono assolutamente qualificati e molto competenti. La mia esibizione è stata un vero successo e io sono molto contento di aver potuto respirare il clima di questo festival che in Italia è decisamente un classico.    
 
KBAZ: Che effetto ti ha fatto essere un musicista di chitarra acustica che suona in un concerto pieno zeppo di musicisti accompagnati band?


ART: Sono sincero, non ho sentito disagio. Anzi, mi fa molto piacere quando succede. Non ho particolari esigenze né richieste tecniche. Il mio sound-check è davvero minimale, mi bastano pochi minuti per intendermi con i fonici per cui ho tutto il tempo di osservare come lavorano gli altri musicisti e devo dire che si imparano tante cose osservando la preparazione di un concerto. E poi, non lo nascondo, il fatto di essere spesso da solo con la mia chitarra circondato da altre proposte più orchestrali mi pone su un piano differente anche da un punto di vista formale. Sono percepito come una cosa così diversa che non scatta neanche “competizione” con gli altri musicisti.  

KBAZ: il tuo ultimo album si intitola “Dadigadì”, nome sia del disco che di uno dei brano. E tutti i pezzi al suo interno iniziano con la lettera D. È un bel puzzle.

 

ART: Dadigadì non è un disco, è una fotografia di quello che sono diventato io per la mia chitarra e lei per me. È un disco che è stato scritto in DADGAD, o di RE sospeso, che è l’accordatura che utilizzo sulla mia chitarra e che ho intuito e sposato grazie a Pierre Bensusan, probabilmente l’interprete principe a livello mondiale. Tutti i brani hanno titolo che inizia con la “D” perché in inglese la lettera “D” corrisponde al “RE” . Un discorso molto lungo legato alla moderna notazione musicale ideata da Guido D’Arezzo. Mi è piaciuto vestire questi brani, scritti, pensati e registrati con questa accordatura e con il titolo giusto. Era un simbolismo che volevo esprimere anche da un punto di vista visivo.


KBAZ: Come definisci il tuo stile e da dove nasce? 

 


ART: Non si sbaglia nel catalogarlo come “Fingerstyle Guitar” o “ Chitarra Acustica Contemporanea” però in realtà io vengo dalla “canzone” per cui ho un approccio un po’ diverso dal “chitarrista” per due motivi. Prima di tutto i brani che scrivo hanno un testo e, secondo, anche quando scrivo brani strumentali la mia intenzione è più narrativa che tecnico-accademica. In questi due anni sono stato adottato dalla categoria dei “chitarristi” con i quali condivido le tecnica, ma se dicessi che mi sento un chitarrista vero, mentirei. La chitarra acustica è lo strumento che utilizzo per raccontare le storie o le suggestioni che voglio evocare. Poi se per necessità di catalogo qualcuno mi definisce “chitarrista tecnico” e va bene così ma io, personalmente, mi sento più un fotografo di suggestioni acustiche. Mi ritrovo molto nella simpatica definizione che mi è stata data di “Acoustic Sailor” . Mi piace l’immagine di un marinaio che naviga su una chitarra acustica.  


KBAZ: oltre allo stile particolare, interessante poi è anche la posizione “insolita” in cui suoi la chitarra. 


ART: Si, in effetti uso una postura un po’ inconsueta. In realtà si è trattato di un adattamento. Mi piace pensare che non siamo noi a scegliere le chitarre ma che siano loro a scegliere noi. A me è toccato di essere amato e quindi di amare chitarre di grossa taglia perché hanno il suono che mi serve: pianistico quando ne ho bisogno ma anche dolce se mi serve quel colore. Diciamo che mi sono trovato questa posizione strana dove il manico è sempre in diagonale rispetto al mio corpo. Visivamente sembra che io e la chitarra ci stiamo abbracciando ma in realtà questa postura mi permette di avere a “portata di mano” tutto lo strumento nella sua interezza. Non sono un malato delle tecniche percussive ma, quando il brano lo richiede, ne faccio uso per cui questa posizione mi permette di farlo.

 

KBAZ: Nel tuo percorso musicale sei partito con la Lillidy Blues Band e sei arrivato ora a suonare da solista: ci spieghi questa passaggio? 

 

ART: Ho iniziato a suonare in area blues verso la fine del 1989. Quella poi con gli A.F.C. è stata un’esperienza successiva e bellissima che mi ha impegnato grossomodo dal 2006 al 2012. Il mio passaggio alla “chitarra acustica sola”  è stato un viaggio parallelo e per molto tempo è stato uno studio personale senza alcun obiettivo concreto. Semplicemente, circa dieci anni fa, mi sono messo a studiare la chitarra acustica nel bagno di casa. Approfondivo lo studio della chitarra acustica, per me stesso. Poi ho registrato il mio primo disco solista, MARINERE, e l’anno successivo, nel 2014, MOGOL mi ha assegnato una targa SIAE come autore e compositore.

KBAZ: perché la tua musica è nata proprio “in bagno”? 

 

ART: È un luogo estremamente adatto a suonare e registrare una chitarra acustica. Per via del riverbero naturale che si genera grazie alle piastrelle che riflettono il suono. I bagni migliori sono quelli lunghi e stretti. Nel mio caso poi, avendo in casa tre bambini piccoli, è stata anche una scelta obbligata essendo, di fatto, l’unica stanza libera a mia disposizione (ride…, ndr).  
 

KBAZ: Davide Van De Sfroos ha detto che sei unico nel tuo genere: che cosa ne pensi?

 


ART: Davide prima di tutto è un gentiluomo. Lo dico perché la presentazione che mi ha fatto in occasione dell’ Expo Tour, durante il concerto di Monza, mi ha davvero lusingato. E non è stata minimamente preparata. Abbiamo parlato di bambini, dei nostri bimbi, per tutto il pomeriggio. Non immaginavo che mi avrebbe presentato in quel modo proprio davanti al suo pubblico e stiamo parlando di migliaia di persone. Penso che Davide abbia descritto molto bene quello che faccio omettendo, per eleganza, il fatto che non ho inventato nulla. Mi sento il continuatore di un viaggio intrapreso da altri prima di me.
 

KBAZ: Nella tua carriera ora c’è anche un punto importante, l’averaperto il concerto di Eugenio Finardi il 19 marzo a Parabiago. 


ART: Finardi è un altro personaggio davvero speciale che ho apprezzato molto e parlo tanto dell’aspetto musicale quanto di quello umano. Eugenio è, come me, un amante del blues e mi è piaciuto molto avere a che fare con lui. E poi, anche lui, è un papà anzi .. un pluripapà. Stimo molto questi musicisti che riescono a coniugare il ruolo di genitore con le proprie inclinazioni artistiche perché è un contesto che vivo in prima persona. 

 
KBAZ: da non dimenticare anche che hai suonato al Festival del la Guitare a Issodun, in Francia.



ART: Issoudun è stata una delle più grandi soddisfazioni del mio viaggio musicale insieme alla consegna della targa SIAE da parte e la chiamata di Enrico De Angelis e Antonio Silva per suonare davanti al Club Tenco. Ho suonato in uno dei più prestigiosi Festival della chitarra del mondo perché sono stato nominato miglior nuova proposta acustica al Rendez Vous dell’Atkins Dadi Guitar Players Association (ADGPA). Sono arrivato a Issoudun con la mia chitarra acustica e, sono sincero, non avevo capito bene di cosa si trattasse. La sera ho suonato in questo teatro bellissimo e alla fine del mio concerto sono stato richiamato dal pubblico per il bis. Ero già nei camerini, sono stato richiamato dall’uomo di palco. Sentivo un rumore lontano ma non avevo capito che era il pubblico che, con le mani e con i piedi, stava chiedendo il mio rientro in scena. Un ricordo stupendo.

 
KBAZ: alle origini della tua musica chi c’é? 


ART: Suono la chitarra acustica ma ascolto davvero poca musica per chitarra. Ascolto molto jazz, in particolare quello fino agli anni ‘50/60. Amo il blues prebellico ma sono incuriosito anche da musica che tende all’etnico e in particolare sono affascinato dalla poliritmia africana. Ho pochi miti e in quanto ad ascolti sono decisamente “demodè” . Amo la musica di Pierre Bensusan, un compositore/chitarrista franco algerino e poi adorazione pura per Paolo Conte, Lighning Hopkins, Glenn Gould, Miles Davis, Chet Baker e Lester Young. Ho ascoltato tanto pochi autori che ho veramente amato e poi ho cercato di mettere insieme la mia musica facendone un frullato che mi piacesse.

KBAZ: La tua chitarra è una Martin HD28: hai qualche aneddoto su si lei? 


ART: L’ho acquistata personalmente a Los Angeles qualche anno fa. L’avevo presa per rivenderla poi in Italia in modo da ammortizzare il viaggio. Poi quando sono tornato ho cominciato a giocarci e alla fine me la sono tenuta. L’avevo chiamata “Baby” e dopo pochissimo tempo ho scoperto che sarei diventato papà per la prima volta. Come facevo a venderla ?

 
KBAZ: Una volta hai detto che per chi fa dischi di questo tipo l’intenzione deve essere più di testimonianza che di proposte: che cosa intendevi? 


ART: Si, è una visione un po’ personale ma è una cosa in cui credo. Credo che esistano sostanzialmente due modi di approcciarsi allo studio di registrazione e quindi di fare dischi. Ci sono i dischi di “proposta” e i dischi di “testimonianza”. Nessuno dei due in realtà è meglio o peggio dell’altro, sono semplicemente due intenzioni diverse. Il  disco di “proposta” è un disco che è pensato come proposta per un pubblico che esiste realmente o che l’autore vorrebbe crearsi o intercettare. In buona sostanza l’autore il suo pubblico o lo vede o se lo immagina. I dischi di testimonianza sono altra cosa. Sono album che “devono” esistere proprio perché testimonianza di un processo creativo o di un percorso. Possono anche vendere molto o diventare casi discografici ma non erano nati per quel motivo. I dischi di testimonianza sono anche loro fatti di canzoni ma nascondono un sistema di architetture che doveva trovare un luogo di appartenenza. E questo a prescindere dall’esito positivo o negativo dal punto di vista commerciale. A mio modo di vedere Creuza de Ma di Fabrizio De Andrè è un classico esempio di disco di testimonianza mentre “Storia di un impiegato” è più un disco di proposta.    


KBAZ: Il tuo viaggio è continuamente in atto. Quella in cui ti trovi ora è una tappa, e poi?  


ART: Nella mia vita privata sono stato e resto un viaggiatore. La madre dei miei figli è una compagna di viaggio come lo sono i miei bimbi. Nella musica, come nei mie viaggi, più che nella meta provo interesse per la direzione, il percorso, le soste e i paesaggi. Non so molto di quello che farò in futuro né dove arriverò però posso dire che le coordinate delle mie intenzioni vanno verso l’evoluzione del mio essere musicista. La chitarra acustica è la mia barca a vela ed io, a prescindere dall’approdo, voglio corteggiare il vento che fa sorridere me e lei. Il resto mi interessa relativamente poco.

Radio Issoudun - FRANCE

INTERVISTA

di Martin Cervelli (2015)

 

Sergio Arturo Calonego torna con "Dadigadì". Dopo l'apprezzato album d'esordio, "Marinere", uscito nel 2013, il cantautore e chitarrista milanese riprende la strada della sperimentazione musicale e propone un disco sfaccettato, ricco nella sua essenzialità e denso di emozioni. Il nuovo cd è composto da otto canzoni in cui la chitarra acustica recita un ruolo da indiscussa protagonista e le parole sono piccoli cameo che regalano luci e riflessi emozionali. Calonego, premiato nel corso dell'anno con la targa "miglior chitarrista acustico emergente 2015" dall'Atkins Dadi Guitar Players Association, rende omaggio a Marcel Dadi, chitarrista francese scomparso prematuramente, e seduce l'ascoltatore con note e accordi che richiamano atmosfere arabeggianti ("Duende"), tzigane ("Dancera") e blues ("Delta"). Un album rilassante, da gustare accompagnato da distillati pregiati e profumi speziati alla luce soffusa di qualche candela. Come nel precedente capitolo musicale, Calonego per la sua chitarra si affida all'accordatura DADGAD (Re-La-Re-Sol-La-Re) di cui Pierre Bensusan è maestro indiscusso. Una accordatura aperta che offre la possibilità di esplorare soluzioni sonore e intervalli non abituali. Tutte le canzoni dell'album sono registrate senza sovraincisioni e Armando Illario arricchisce con la sua fisarmonica la canzone "Dancera". Calonego ci racconta il suo 2015, anno ricco di soddisfazioni, musica e riconoscimenti. 

 

MC: Si va a chiudere un anno ricco di soddisfazioni durante il quale hai vinto il premio "miglior chitarrista emergente dell'anno" nell'ambito della 22ma convention dell'A.D.G.P.A. che si è tenuta a Conegliano. Come si è svolto il concorso?
 

ART: «Permettimi di spendere due parole su A.D.G.P.A. per chi, non frequentando il mondo della chitarra acustica, non conosce questa realtà. A.D.G.P.A. è un'associazione culturale che nasce in Francia alla fine degli anni '80 come fan club legato al grande chitarrista francese Marcel Dadi, un vero innovatore molto legato a Chet Atkins, che ha ampliato il linguaggio della chitarra. Dadi ha perso la vita nel 1994 a causa di un incidente aereo. L'A.D.G.P.A. italiana nasce agli inizi degli anni '90 grazie all'avvocato milanese Marino Vignali e ad alcuni amanti della chitarra acustica che, amici di Marcel Dadi, coinvolgono nel progetto alcuni padrini illustri fra i quali i chitarristi Franco Cerri e Riccardo Zappa. La mia partecipazione al concorso è stata frutto di una coincidenza: stavo registrando il mio secondo disco. Mancava credo un mese alla fine del bando di concorso ed ho inviato due brani che non avevo ancora finito di mixare. Da lì sono arrivato in finale. Il giorno della finale pensavo a tutto tranne che avrei vinto la targa di miglior chitarrista. Sono completamente autodidatta, non provengo da studi classici né accademici. La verità è che avevo delle storie da raccontare per cui non mi sono fatto troppe domande: sono salito sul palco e ho suonato i miei due brani con la massima naturalezza. Pensa che quaranta minuti prima della finale ero ancora nella piscina dell'hotel. Poi, chiaramente, la gioia è stata grandissima».


MC: Quali canzoni hai presentato nel corso della manifestazione?


ART: «Due brani strumentali: "Dissonata" e "Dadigadì", brano quest'ultimo che dà il titolo al mio secondo disco».


MC: Grazie a questo successo a fine ottobre sei stato ospite del festival francese di Issoudun dedicato alla chitarra. Che ricordi hai di questa avventura?


ART: «Ho ricordi dolci di questo mio soggiorno in Francia. È stata un'avventura nata, almeno inizialmente, senza alcuna progettazione. Vincendo "Rendez Vous" e la targa A.D.G.P.A. a Conegliano, ho avuto l'onore di rappresentare il mondo della chitarra acustica italiana in uno dei più prestigiosi festival europei. Avevo già suonato all'estero, in Svizzera, Belgio e per due anni anche in Islanda ma in questo caso il sapore del viaggio era tutta un'altra cosa. Ho ricordi di strade baciate dal sole di un autunno clemente mentre mi domando: ‹…ma cosa sto andando a fare?›. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che sono andato al festival della Guitare de Issoudun non perfettamente consapevole di quello che stavo per fare. La delegazione A.D.G.P.A. Italia mi ha raggiunto il giorno del concerto e l'unica persona che conoscevo era Francois Sciortino che è uno dei più bravi e conosciuti chitarristi acustici francesi. Francois è un grandissimo musicista, oggi anche un amico, l'ho conosciuto a Conegliano proprio in occasione della finale».


MC: Come ha reagito il pubblico francese sentendo le tue canzoni?

 

ART: «Premetto che, un po' per indole e un po' per esperienza (ho alle spalle ormai quasi 700 esibizioni), non sento molto la pressione dei concerti anche se importanti, per cui, quando è stato il mio turno, sono salito sul palco e ho fatto quello che dovevo fare: ho suonato. Avevo preparato la scaletta da mesi per cui, musicalmente parlando, tutto è andato come speravo che andasse. C'è però un aneddoto, che è anche un ricordo bellissimo, che mi piace condividere: suonavo nel teatro del centro dei congressi di Issoudun, alla fine del mio set il pubblico applaudiva e io, dopo aver ringraziato, mi sono diretto nel backstage. A questo punto è accaduta una cosa non prevista. Mi ha raggiunto un addetto al palco e mi ha detto: ‹Monsieur Calonegò, ils vous appellent›. In effetti dal backstage ho avvertito un rumore, come una ritmica sorda, ovattata ma decisamente convinta e muscolare. Era il pubblico del teatro che stava chiamando il bis. Lo stava chiamando con forza, lo stava pretendendo. Ho capito immediatamente dallo sguardo dell'uomo di palco che non dovevo farmi attendere troppo per cui ho preso la chitarra e sono ritornato sul palco, stupito, lusingato e quasi intontito. Non avevo pensato a un'eventualità del genere per cui non mi ero preparato né la cosa giusta da dire né il brano da eseguire. Credo di aver ripetuto diverse volte "grazie" come un automa e poi ho eseguito un brano, "Darandel", che non avevo inserito in scaletta. Avrò sempre negli occhi la fotografia di questi volti che chiedono il bis a me che, giusto qualche anno fa, ho cominciato a giocare con la chitarra acustica quasi per caso nel bagno di casa. Mi sono sentito adottato. Ho un ricordo splendido di questo mio soggiorno francese».

MC: Nelle ultime settimane è arrivato anche il tuo nuovo disco. Come è nato "Dadigadì"?


ART: «"Dadigadì" è nato esattamente come il mio primo disco, "Marinere". Entrambi li definirei dischi di "testimonianza" più che di "proposta" perché l'intenzione di fotografare il mio momento musicale prevale su qualsiasi logica di proposta commerciale. Volevo un disco che raccontasse le storie e le suggestioni che mi dominano senza cadere nell'autocompiacimento o nell'accademico. Credo di esserci riuscito».


MC: Come si sono svolte le sessioni di registrazione?


ART: «Da quando produco i miei dischi mi sono imposto una regola ferrea: tre giorni di registrazione per la chitarra e due per curare le voci e mixaggio finale. Lo faccio per una questione di costi ma anche per un romanticismo che mi lega a certi dischi del passato a cui sono affezionato e per la convinzione che è il modo migliore che fa per me. Per fare questo, quindi, di solito lavoro moltissimo prima in modo da arrivare alla registrazione con una pre produzione solida e con il minimo margine di dubbio. Quando i brani mi convincono ritmicamente, armonicamente e melodicamente mi prendo un paio di mesi per imparare a suonarli con disinvoltura. A questo punto registro».

MC: Il titolo ha parecchie suggestioni e richiami. A partire dalla tua accordatura preferita, la DADGAD, fino ad arrivare a Marcel Dadi, grande chitarrista fingerstyle francese. Quale ha la meglio o c'è dell'altro?

ART: «"Dadigadì" è una visione ma anche una direzione precisa. È un richiamo fortissimo all'accordatura che utilizzo, la DADGAD, ma vuole anche essere una citazione affettiva di Marcel Dadi. Dico citazione affettiva o sentimentale perché suono la chitarra utilizzando tecniche lontane dal mondo sonoro di Dadi che era decisamente più orientato al fingerpicking puro e quindi legato alla tradizione di campioni quali Chet Atkins e Merle Travis».


MC: Curiosamente i titoli delle canzoni iniziano tutti con la lettera 'D'. Perchè questa scelta ? 

ART:  «Nella notazione musicale ideata da Guido D'Arezzo la lettera "D" identifica per convenzione il "re" ( A=la,  B=si, C=do D=re, E=mi, F=fa, G=sol ). Essendo totalmente immerso in questo colore ho voluto estendere questo simbolismo anche nei titoli dei singoli brani».


MC: C'è un tema che accomuna i brani del disco?


ART: «Direi che, a livello personale, il legame è fortissimo perché in qualche modo rappresenta il viaggio che ho intrapreso con il mio strumento. Sono stato simpaticamente definito "acoustic sailor" per questo mio essere collegamento fra il mondo della canzone d'autore e quello dei chitarristi. Ti dico senz'altro che questo cd è composto da suggestioni e intuizioni che mi legano a questo strumento e in qualche modo questo disco è una mappa del viaggio che ho fatto fino ad oggi sulla chitarra acustica».


MC: Hai in programma un tour per promuovere l'album?


ART: «Un vero e proprio tour no. Non ho ancora le dimensioni per poter immaginare un vero tour ed io stesso sono lontano da questo tipo di liturgie. Sono tutto sommato una "faccenda di nicchia", fino ad oggi ho vissuto di "richieste". Mi chiamano, suono. Devo dire che negli ultimi due anni ho suonato davvero tanto e ben oltre le aspettative ma quando è successo è stato quasi sempre per l'intuizione e il coraggio di promoters o gestori di locali che sono rimasti incuriositi dal mio viaggio e che lo hanno voluto proporre nei loro luoghi. La mia proposta musicale è trasversale, posso suonare praticamente ovunque: il luogo ideale per questa musica è il teatro ma non stono in una chiesa, nei jazz club e funziono molto bene anche in luoghi all'aperto se amplificati, ovviamente. Pensa che ho suonato anche in alcuni festival rock per non parlare di open act a musicisti in piazze in alcuni casi davanti a migliaia di persone. Suonando da solo ho costi decisamente abbordabili e l'unica mia richiesta formale nella scheda tecnica è avere una sedia senza braccioli, non mi serve altro. La verità è che suono se vengo richiesto e se questo non succede suono a casa, nel mio bagno dove è nata e continua ad evolversi la mia musica. Sono un fissato della composizione, non sono un forzato dei concerti». 


MC: In un paio di brani torna a galla la tua anima blues con un cantato profondo che si inserisce in pieno nella tradizione americana. Ti vedresti protagonista di un disco blues, a costo di mettere in secondo piano la chitarra?

 
ART: «No»

 
MC: Come in "Marinere", il tuo album del 2013, anche in "Dadigadì" le canzoni proposte sono otto. È il tuo numero fortunato o c'è un motivo preciso?

 
ART: «Il numero 8 simbolicamente rappresenta l'infinito e la perfezione ma il vero motivo per cui i miei dischi contengono otto brani è perché non amo i dischi troppo lunghi. Ho in casa alcuni dischi che ascolto in certi momenti, ma in quei momenti ascolto solo quelli. Penso a miei dischi con la medesima attitudine. Li vedo adatti al viaggio, a certi tramonti e a quei momenti in cui desideri restare solo con te stesso».


MC: Come vedi il tuo futuro da artista?

 
ART: «Credo che il mio prossimo disco sarà di carta e avrà le pagine. È da tempo che desidero regalare ai miei tre bimbi un racconto che possano leggere quando saranno più grandi, in cui possano leggere del bellissimo viaggio che il loro papà ha fatto nella musica. Un racconto fatto di aneddoti e personaggi che ho conosciuto. Persone la cui conoscenza mi ha arricchito e quindi musicisti, alcuni noti altri meno ma non meno importanti o determinanti nel mio percorso. Dal punto di vista musicale invece credo che il mio futuro sarà legato all'evoluzione che avrò sullo strumento. Sono più simile a uno studioso della chitarra acustica che a una pop-star. Una cosa che farò di sicuro sarà acquistare una bella telecamera così se non riceverò proposte per concerti continuerò a proporre a chi mi segue su internet il mio percorso evolutivo senza drammi o ansie da prestazione. Le cose, se succedono da sole, vengono decisamente meglio».

MC: Adesso svelaci un segreto. Da dove deriva il tuo soprannome "Fiesta"?


ART: «Da ragazzo la chitarra dei miei sogni era una Fender Stratocaster del '64 colore "fiesta red" che è un rosso che con il tempo assume sfumature arancioni/rosa salmone. Tutto qui. L'unico esotismo di cui subisco veramente il fascino è la danza che si può generare sul manico di una chitarra».

Acoustic Guitar Festival

INTERVISTA

di Arianna Marsico

 

Nel 2010 mi capitò di recensire E lo chiamerai Giovanni degli Arturo Fiesta Ciro. Mi piacque e continuai ad ascoltarlo. Così quando dopo pochi mesi si esibirono al MEI mentre io ero lì mi affacciai al padiglione per ascoltarli… e lì, dopo che un domatore di tigri mi lanciò dal palco quella di pelouche che aveva in mano, conobbi Sergio Arturo Calonego. Da allora ho continuato a seguire le sue vicende, perciò è con piacere che ho accolto le notizie dei premi e dei riconoscimenti, tra cui la Targa SIAE, ottenuti ad un anno di distanza dall’uscita del suo disco solista, Marinere. Però a questo punto lascio la parola a lui...

 

Mescalina: Ciao Art, innanzitutto grazie da parte di tutta redazione di Mescalina. Diciamo che dal lancio della tigre durante il MEI ne sono successe di cose... o no?

 

ART: Sì. Sono successe tante cose. Figli (tre) ed una piccola rivoluzione nel modo di interpretare la chitarra acustica

 

Mescalina: Beh così accorci troppo la storia…(risate ndr) che invece è lunga e merita di essere raccontata.

 

ART: Sì. Da quando ci siamo conosciuti, al Mei Festival di Faenza con gli Arturo Fiesta Circo in effetti sono successe un po’ di cose. A livello personale sono diventato un pluri - papà nel senso che oggi ho tre bambini e a livello musicale... ho fatto un disco di chitarra acustica, Marinere, che sta letteralmente cambiando l`est e l`ovest del mio percorso musicale. Sembrerà strano ma le cose sono estremamente connesse.

 

Mescalina: In cosa?

 

ART: In effetti io la chitarra acustica la suono da tempo. Sono anni che coltivo questo amore clandestino. Anni che approfondisco lo studio di questo strumento in quelle che sono le sue caratteristiche percussive ed il suo utilizzo, passami il termine, contrappuntistico. Uno studio intimo, molto personale per nulla legato ad alcuna intenzione live. Poi un giorno, più per reale intenzione d`archivio personale, ho deciso di farmi una demo di classe. Una cosa fatta bene che avrebbe dovuto restare per me e per pochi amici, una specie di testimonianza di quello che acusticamente mi passava per la testa. Ho registrato queste cose da Dario Ravelli che è un mago del suono. Ci siamo resi conto subito che Marinere non era una demo ma un disco. Ecco... Marinere è nato più o meno così.

 

Mescalina: Parlare di demo di classe è un po` semplicistico forse. Marinere è un lavoro agli antipodi di quanto fatto con gli Arturo Fiesta Circo, molta più chitarra e meno voce. Meno circo e più intimità. Anche forse meno semplice da cogliere subito: perciò ti ha stupito il riscontro che hai avuto? Mogol ti ha consegnato la targa SIAE...

 

ART: Si, Marinere mi ha stupito. Ma non è tanto una questione di riscontro quanto di accoglienza. Non immaginavo che gli addetti ai lavori mi avrebbero regalato questa accoglienza, che io quasi definirei cordialità . Marinere non è un disco proprio per tutti. E` un disco di chitarra acustica e già questo ne definisce in qualche modo pregi e difetti. Tuttavia Marinere non è un disco accademico ed ha una sua intenzione narrativa sia nei brani cantati che in quelli strumentali. Ecco io credo che questa cosa sia stata colta. Credo ne sia stato colto il garbo, se mi permetti l`azzardo. E poi ... e poi sì : Mogol mi ha premiato con una Targa Siae che mi ha stupito molto ma in realtà quella sera, parlo della finale, io ho suonato dal vivo e lì è venuto fuori ciò che nel disco non si percepisce immediatamente, ed è la tecnica che io utilizzo alla chitarra. Credo che nei video su YOU TUBE questa cosa sia più evidente perché , quando suono dal vivo, la gente è abbastanza colpita nel vedere il modo in cui suono la chitarra acustica.

 

Mescalina: Per chi non è addentro alla tecnica,dicci qualcosa di più sul tuo modo di suonare la chitarra acustica. Non essere geloso dei tuoi segreti! ( risate ndr).

 

ART: La tecnica... Io sono un bassista mancato innamorato dei ritmi. Vengo dai Blues per cui sono da sempre abituato a ragionare in termini ritmici. La ritmica, il senso ritmico, è sempre presente nel mio modo di comporre. Negli ultimi anni però questa cosa è diventata più importante perché sono rimasto affascinato dalle possibilità ritmiche dello strumento. E con possibilità ritmiche non intendo solo l`aspetto percussivo della chitarra ma proprio l`intenzione ritmica. Proprio per questo motivo, credo, non si avverte la mancanza di strumenti ritmici nel disco. Inoltre, con Marinere, ho utilizzato un`accordatura aperta. In gergo si chiama DADGAD o Re Sospeso che è un`accordatura tipica del mondo musicale di estrazione celtica. Con il tempo questa accordatura è diventata per me non più alternativa... è diventata la mia accordatura, il mio modo di percepire il movimento ed i colori. In questo senso i brani Seluna, Solisud e Suite R. sono diventati davvero un paradigma. Pensa che recentemente ho trascritto l`Adagio in sol minore di Tommaso Albinoni e brani di Fabrizio De Andrè... ci suono addirittura i Blues.

 

Mescalina: Rispetto ai tempi in cui domavi tigri di pelouche e le lanciavi su qualche malcapitato (risate ndr), quanto è cambiato il tuo approccio sul palco, anche in virtù di questa accordatura adottata?

 

ART: Esattamente. E` successa esattamente questa cosa. Come Arturo Fiesta Circo non abbiamo mai fatto musica banale, credo, ma oggi è cambiato proprio l`approccio. Oggi emerge lo studio della chitarra acustica ma allo stesso tempo resto un cantautore, se cantautore significa voler raccontare delle storie per cui il pubblico, l`ascoltatore, si trova davanti una cosa che non è esattamente il cantautore classico ma nemmeno un concerto di chitarra in senso stretto. Su Facebook mi è stata data una definizione a cui mi sono affezionato: acoustic sailor, che significa navigatore acustico. Questo mi sento oggi e credo che sia la miglior definizione del percorso che sto facendo.

 

 

Mescalina: E un acoustic sailor convocato all`improvviso per la serata del Club Tenco? Come si è trovato?

 

ART: Il Sailor si è trovato benissimo... La targa SIAE (non smetterò mai di ringraziare Mogol, Sergio Pochettino ed i musicisti dell`Orchestra stabile del Teatro Regio di Torino che mi hanno premiato) mi ha dato una visibilità che non ho mai avuto prima. Ho aperto alcuni concerti importanti fra cui uno di Davide Van de Sfroos e poi sono stato chiamato dal Club Tenco per fare una serata. All`inizio ero un po’ perplesso perché mi rendo conto che quello che sto facendo non è esattamente un percorso cantautorale classico eppure... eppure il concerto è stato bellissimo e bellissima è stata la reazione del pubblico. Pensa che ho aperto le danze addirittura con un brano strumentale proprio perché volevo trasmettere il sistema prima ancora dei brani. Sono felice di averlo fatto perché ora è un po’ più chiaro cosa non sono e cosa forse potrei diventare. Alla fine sono sempre storie quelle che racconto. Ci sono due tipi di approcci su queste cose. musicisti che inseguono canzoni ed altri che corteggiano sistemi. Io credo di far parte della seconda specie.

 

Mescalina: In questo sistema che posto occupa un brano come Non ti crucciar, che è una piccola perla ma anche un po` l`intruso del disco?

 

ART: Non ti crucciar l`ho scritta di getto. E’ una canzone che ho voluto dedicare ad una città che amo, tu lo sai, che è Roma appunto. Vorrei tanto dirti che voleva essere un esempio di via Italiana al fingerstyle ma non è così. Ci sono semplicemente inciampato, suonava bene. Era un colore utile. Compensava. Che in fondo ... si, io amo la musica di Pierre Bensusan che considero uno dei più grandi compositori di chitarra acustica, mi piace l`approccio di chitarristi moderni quali Jon Gomm, Andy Mckee o di supermen della chitarra come Tommy Emmanuel, Michael Hedges, Andy Mckee e Antoine Dufour ma in fondo resto uno che cerca di scrivere delle storie. Come dice il mio amico Jo (Giovanni Pelosi) che è un grandissimo chitarrista: se una cosa mi serve la uso, se è superflua , se non serve per la storia... no. E poi Jo ha dei baffi bellissimi.

 

Mescalina: Eheheh... un disco coi baffi si potrebbe dire, parafrasando qualcuno. E di Marinere, che dà il titolo al disco, dedicata “alle donne che hanno saputo, sanno e sapranno aspettare” cosa ci racconti?

 

ART: Questo è un mondo che vuole tutto e lo vuole tutto ed in fretta. e` un`epoca che non sa più aspettare. Sono sempre stato affascinato dalla saggezza antica delle donne ed in particolare dalla saggezza delle donne antiche. Credo molto in grandi sogni da ottenere con piccoli passi, con pazienza. Forse è un`immagine retrò ma io la donna la vedo superiore all`uomo proprio in questo. Per questo " Le Marinere ". .. un po’ come le donne che sapevano aspettare i propri uomini quando gli uomini partivano per il mare. Donne di mare, dolci e forti allo stesso tempo, invincibili. In questo senso, come vedi, resto un cantautore .. con un vestito diverso forse ma l`attitudine resta quella.

 

Mescalina: Wait in the fire...canterebbe qualcuno. Come è nata la partecipazione al progetto "Happy birthday grace"? 

 

ART: Una sera suonavo al Beat 75 che è uno dei circoli Arci più belli di Milano. Al Beat aprivo il concerto della Linea del Pane, la band del mio amico fraterno Teo Manzo. C`erano diversi musicisti fra il pubblico, e fra questi alcuni soci della QB Music che sono rimasti colpiti da come suonavo la chitarra. Qualche mese dopo il concerto mi hanno proposto di suonare/cantare Lilac Wine. Ecco .. io non ho mai amato la mia voce. Diciamo che ho imparato a conviverci. Non ho detto subito di sì. Ho provato il brano, registrato una versione molto libera in casa e l`ho spedita. Con mia grande sorpresa i ragazzi di QB Music mi hanno voluto nel progetto anche se la mia versione di Lilac Wine è quella meno fedele del disco: sembra cantata da Tom Waits. Una versione che dividerà sicuramente... speriamo di non venir insultato via web dagli amanti di Jeff Buckley. Accetterò le critiche. La mia voce è un compromesso storico, non l`ho mai amata neanche io.

 

Mescalina: In poco più di un anno Marinere ti ha regalato tantissimo: premi, collaborazioni...cosa altro puoi desiderare?

 

ART: Il mio percorso musicale è totalmente slegato da tutta la liturgia che sembra interessare il mondo indie, rock e pop ed un po’ più in generale l`ambiente musicale. A me interessa solo riuscire a trovare il tempo per sviluppare il sistema che ho in testa. Mi interessa evolvermi sullo strumento e legare questa evoluzione alla composizione. Posso anticiparti che l`obiettivo non sarà quello di vincere targhe o cose simili. Vorrei diventare un Acoustic Sailor sempre più competente e consapevole che la Musica alla fine è un viaggio. E quel che conta, quando viaggi, non è tanto dove vai ma come ci arrivi. E poi mi comprerò una tigre di pezza, magari un po’ più piccola, e te la ritiro addosso come quando ci siamo conosciuti

 

Mescalina: Stavolta però me la porto a casa! Beh allora, grazie da tutta la redazione ed i lettori di Mescalina... e buon viaggio...

 

ART: ringrazio la redazione di Mescalina e la tigre che ci ha fatto incontrare in quel del Mei Festival. Forse quel tigrotto non sapeva dove stava andando quel giorno e forse nella vita non serve sempre saperlo.

INTERVISTA

INTERVISTA

di Martin Cervelli (2013)

 

Si chiama Sergio Arturo Calonego e il suo "Marinere" è un disco per viaggiare, magari in perfetta solitudine lungo la strada fotografata in copertina. Pubblicato dal musicista milanese dopo l'esperienza con gli Arturo Fiesta Circo, l'album d'esordio accompagna l'ascoltatore in un percorso sonoro verso un orizzonte lontano in cui le note della chitarra sono gli unici punti di riferimento del paesaggio. Canzoni in cui compaiono solo raramente le voci quasi esclusivamente a colorare melodie e arpeggi chitarristici. Il resto sono note di chitarra, suonata da Calonego in maniera sopraffina utilizzando tecniche percussive miste, basslines e tapping."Marinere" non è un disco da sentire distrattamente ma da ascoltare con attenzione per cogliere l'essenza espressiva e interpretativa di questo artista che non è passato inosservato alla critica (Premio Targa Siae 2014) e agli addetti ai lavori. Tanto che in questi giorni è stato coinvolto nel progetto "Happy birthday Grace", disco che celebra il ventennale della pubblicazione di "Grace", il disco capolavoro di Jeff Buckley. L'album tributo, registrato, mixato e masterizzato da Roberto Rizzi e Daniele Cetrangolo al QB Music Studio di Milano. Abbiamo intervistato Sergio Arturo Calonego durante la registrazione della buckleyana "Lilac wine", un blues in cui la chitarra e la profonda voce folk del musicista milanese trovano massima espressività.

  

MC: Sergio Arturo Calonego. Chitarrista o cantautore?

  

ART: «Non credo siano cose tanto diverse. Personalmente quando scrivo, sia brani con testo che strumentali, cerco comunque di tradurre una storia o un'immagine. Non subisco più di tanto il fascino delle definizioni in sé. Personalmente mi trovo molto a mio agio nella definizione simpatica, spero nelle intenzioni, che mi è stata data di "acoustic sailor" (navigatore acustico, ndr) nella quale mi ritrovo molto perché credo definisca bene il mio approccio alla chitarra acustica».

 

MC: La tua carriera è iniziata però con gli Arturo Fiesta Circo...

 

ART: «In realtà ho iniziato molto prima, alla fine degli anni '80, sul finire della "Milano da bere". Ho suonato per molto tempo blues. Lo dico con un pizzico di orgoglio: sono uno di quelli che può dire di aver avuto il privilegio di aver suonato al Capolinea di Milano. Ho avuto la fortuna e l'onore di conoscere musicisti splendidi da cui ho imparato molto. Arturo Fiesta Circo è stata una cavalcata bellissima, di cui sono orgoglioso ancora oggi, iniziata nel 2007. Con il "Circo" ho approfondito il linguaggio dei cantautori. L'Arturo Fiesta Circo è stata un'esperienza preziosa che ha arricchito molto il mio bagaglio personale e quello di tutti i musicisti che hanno partecipato a questa avventura musicale che ci ha portato a suonare per tutta l'Italia».

  

MC: Con l'album "Marinere", il primo a tuo nome, hai convinto la critica. La chiamata del Club Tenco e la Targa Siae cosa hanno cambiato nella tua carriera artistica?

 

ART: «Con "Marinere" effettivamente è successo qualcosa che non ho capito bene neppure io. Ho registrato questo disco veramente a titolo personale e con una dichiarata intenzione d'archivio. E poi è successo che ho vinto una Targa Siae 2014, che mi è stata consegnata da Mogol in persona, e questa cosa mi ha dato una visibilità che non avevo mai avuto prima e che sicuramente ha anche sdoganato alcune occasioni e soprattutto alcuni giudizi molto lusinghieri nei miei confronti. Con il Club Tenco il discorso è un po' diverso perché sono persona conosciuta da tempo, ben prima della Targa Siae. Quello che mi ha sorpreso in Club Tenco non è stato l'invito ma l'accoglienza ricevuta; mi sono esibito da solo con questo formato che si posiziona fra quello del cantautore e quello del chitarrista acustico fingerstyle eppure l'accoglienza del pubblico del Tenco è stata davvero bella e mi ha sorpreso. Sono davvero riconoscente ad Antonio Silva ed Enrico de Angelis per avermi dato questa bellissima opportunità».

 

MC: Sono arrivati anche i complimenti di Davide Van De Sfroos. Cosa ricordi e cosa ti ha lasciato a livello emotivo tutta questa notorietà?

 

ART: «A livello umano mi è rimasto tanto. Davide Van De Sfroos è un musicista molto colto e, soprattutto, uomo cordiale ed elegante. La sua presentazione del mio set acustico a Monza in una Piazza Trento gremita di gente mi ha lusingato non poco e ti assicuro che non era assolutamente preparata né scontata. Detto questo però io devo dirti che vivo una condizione un po' diversa da quella dei musicisti pop. Vivo profondamente ed intimamente la necessità di migliorarmi come musicista e di approfondire ed espandere le potenzialità della "chitarra acustica contemporanea" - cito l’amico chitarrista Davide Sgorlon -; sento il dovere di scrivere musica di qualità e di pretendere da me stesso il massimo a livello di composizione ma del resto non mi cruccio più di tanto. Sono tutto tranne che un presenzialista, non credo di essere un personaggio molto mediatico e sono cordialmente disinteressato a cose tipo la notorietà fine a se stessa. Non fosse così avrei fatto scelte diverse e sono perfettamente consapevole che "Marinere" non è esattamente un disco per tutti».

 

MC: Davide Van De Sfroos ha detto che il tuo modo di suonare la chitarra è come avere un laser e allo stesso tempo una fiamma ossidrica. Spiegaci questa tua tecnica.

 

 

ART: «Davide è un cantautore che scrive testi di rara profondità per i giorni d'oggi ma è pure un chitarrista ritmico assolutamente credibile e convincente. Non è un virtuoso ma Davide la chitarra la suona bene. Detto questo il primo a essere sorpreso della presentazione che mi ha fatto sono stato io perché con Davide ci ho passato il pomeriggio ma non avevamo davvero preparato nulla. Per cui sentirgli citare nomi quali Michael Hedges o Tuck Andress mi ha lusingato e sorpreso allo stesso tempo perché in realtà abbiamo parlato più dei nostri figli che di chitarre. Credo volesse dire che sono preciso ed ho una buona tecnica di base. Innanzitutto io non utilizzo effettistica, loop o raddoppiatori di note per cui tutto quello che senti è veramente una chitarra acustica con l'aggiunta di un po' di riverbero. Chi si accorge subito di queste cose, solitamente, sono i fonici al check sound. Restando sulla tecnica della chitarra sgombero subito qualsiasi dubbio: tutti i chitarristi che sperimentano la percussività sulla chitarra acustica sono debitori con gente come Michael Hedges, Preston Reed, Don Rossed, io non faccio eccezione. Devo però riconoscere che il mio riferimento, chitarristicamente parlando, è Pierre Bensusan, un compositore e chitarrista franco-algerino a cui devo tanto in termini di ispirazione e consapevolezza. Paradossalmente la mia scelta di accordare la chitarra in DADGAD nasce lontano dai dischi di Bensusan, che è indiscutibilmente il maestro di questa accordatura, e più precisamente nella bottega di Paolo Zanni, mio amico e liutaio di fiducia. È lui in realtà che mi ha introdotto alla chitarra acustica e che mi ha fatto conoscere la musica di maestri quali John Renbourn. Per il resto devo dirti che, al di là della tecnica individuale, quello che conta nella musica sono le immagini o le storie che si ha intenzione di evocare. Viceversa un concerto di chitarra acustica, come qualsiasi tipo di concerto, rischia di risultare sterile e noioso».

MC: Il tuo disco, "Marinere", ha avuto una genesi molto particolare. Ce la vuoi raccontare?

  

ART: «"Marinere" in realtà doveva essere una demo "di classe". La verità è che è diventato un disco strada facendo. L'ho registrato in tre giorni con l'aiuto di Dario Ravelli (SuonoVivo / Bergamo) che è stato fonico e costruttore del suono dei concerti italiani di musicisti fantastici quali Gianluigi Trovesi, Jack DeJohnette, Robben Ford, Enrico Rava, Stefano Bollani, Jim Hall, Archie Shepp, Dave Holland e Pierre Bensusan. Abbiamo registrato la chitarra in una sala molto ampia, tutta in legno, adatta alla registrazione delle orchestre, per questo motivo il suono è così caldo e profondo. Insomma, alla fine il suono era bellissimo, l'esecuzione pulita e l'intenzione narrativa convincente: era un disco. A quel punto ho dovuto rincorrere le cose e fare, ex post, tutto quello che solitamente si deve fare per un disco: copertine, ufficio stampa, comunicati, fotografie, presentazioni... E da allora non mi sono ancora fermato. Colgo l'occasione per ricordare che "Marinere" è disponibile in versione igitale su tutte le principali piattaforme web mentre chi, romanticamente, desiderasse il supporto fisico potrà acquistarlo direttamente dal mio sito.»

 

MC: A chi sono dedicate queste canzoni?

  

ART: «Le canzoni a nessuno. Il disco sì. "Marinere" è dedicato alle donne che "hanno saputo, sanno e sapranno aspettare". Il termine "Marinere" in realtà non esiste, è un'invenzione letteraria. Vuole essere un richiamo alle donne di mare, donne antiche, pazienti ma mai stupide. Donne che sanno essere forti, pazienti ma determinate. Donne che sanno cosa vogliono essere e che vogliono solo essere quel che sono. Donne mitiche, invincibili e dolci allo stesso tempo. Queste sono le immagini evocate in questo disco».

  

MC: "Non ti crucciar" è forse il brano che più si differenzia dal resto del disco...

  

ART: «"Non ti crucciar" è stato come inciampare la domenica mattina in una colazione che per le strade è già primavera. Una colazione all'aperto che ben ti dispone al sorriso. In realtà quando sei uscito di casa pensavi si trattasse di un giorno qualunque. Ma ti accorgi che non è così. È un giorno speciale e dicidi di viverlo così, senza farti troppe domande. Spiegar canzoni non è mai stato il mio forte».

 

MC: Un disco intimo, per certi versi non immediato ma talmente ricco di suggestioni e spunti che invita a protrarre l'ascolto nel tempo. Ti aspettavi di raggiungere questo risultato?

  

ART: «Rischiando di essere considerato un po' presuntuoso la risposta è sì. Perché questa intenzione è stata fortemente immaginata, perseguita e, mi permetto, cercata nel posto giusto che è il suono; perché al di là di quelli che possono essere i gusti personali, che non discuto, una chitarra acustica suona così oggi, suonerà così domani e suonava così anche ieri. Ho fortemente corteggiato questi colori perché desideravo un disco che non sfiorisse nel tempo. "Marinere" è così lontano dalle mode e dalla modernità che fra cinquant'anni suonerà nello stesso modo, e questo era esattamente quello che volevo che fosse».

 

MC: Ci sono aspetti che ora vorresti cambiare nel tuo album?

  

ART: «No».

 

MC: Artisticamente il tuo viaggio come proseguirà?

  

ART: «Mi piace che mi parli di viaggio e non di progetti. Credo di più ai viaggi che ai progetti. Mi piace e ti ringrazio per la domanda perché mi permette di chiarire un paio di cose che mi stanno davvero a cuore. Prima di tutto mi piace risponderti che mi sento di dover proseguire con lo studio e l'approfondimento del mio strumento, la chitarra acustica. Intuisco un ampliamento della sua capacità espressiva in questo formato "one man orchestra" che ormai mi è stato cucito addosso. Artisticamente parlando il mio viaggio va in questa direzione. Dal punto di vista "rituale" invece devo dirti che mi sento lontano dalle liturgie consolidate dell'ambiente musicale mainstream, pop, indie. La visibilità che ho avuto in questi mesi mi ha molto gratificato e mi ha sicuramente aiutato a sdoganare alcune situazioni, questo non lo nego, ma non mi ci sono affezionato. Prevedo quindi mesi piuttosto silenziosi e di ricerca. Devo ammettere che con tre bimbi piccoli la sonorità che ci culla quotidianamente in casa rimanda più a un mercato di Marrakech che ai silenzi di una notte Himalayana ma io ho una grande capacità di astrazione e, soprattutto, dimestichezza con radici e luoghi dell'anima che sono sospesi fra la Val Cavallina e la Val Camonica. La maggior parte del mio materiale nasce lì. Sento il richiamo di queste valli e del loro silenzio autentico. Queste sono le coordinate, il viaggio poi si vedrà. Ho imparato a viaggiare senza troppe aspettative o programmi; quindi qualche concerto laddove richiesto e poi tanto studio».

 

MC: Raccontaci qualcosa di "Baby", la tua chitarra acustica…

  

ART: «"Baby"… Los Angeles è una città strana. Non si può dire che sia una bella città, eppure ha una luce tutta sua. Ricordo perfettamente questo cielo azzurro che sorride strano. "Baby" l'ho incontrata lì, a Los Angeles un po' per caso ed è stato amore a prima vista, come con quella città. Si tratta di una Martin HD28 una chitarra tradizionalmente votata al bluegrass ma io mi ci trovo bene anche se suono un altro tipo di musica. Ci sono chitarre molto più adatte al fingerstyle, lo riconosco, eppure nel tempo i suoi difetti sono diventati dei pregi. Ho imparato a dosare la sua voce potente e a utilizzare la potenza quando serve; ho imparato a usare bene la mano destra che è determinante nella gestione delle frequenze perché le nostre dita sono il miglior equalizzatore disponibile sul mercato. Le dreadnought sono considerate chitarre abbastanza scomode da suonare, e un fondo di verità in questa fama c'è, ma io ho trovato questa postura a metà fra il chitarrista flamenco ed il messicano che fa la siesta che forse è un po' irrituale ma alla fine risulta molto efficace perché mi permette di avere a portata di mano tutto lo strumento. Questo aspetto è molto importante se, come nel mio caso, utilizzi la chitarra acustica anche in funzione percussiva. E poi "Baby" ha un sorriso bellissimo. È una donna matura, gentile ma determinata. Sa benissimo quello che vuole e soprattutto quello che non è e che non vuole essere. Risultato finale è che quando la accarezzi lei sussurra ma se le chiedi di più, te lo sa dare». 

Davide Van De Sfroos