CALONEGO

Acoustic Music

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RECENSIONE

( .. ) Calonego e la sua chitarra sembrano due lati della stessa medaglia, indivisibili e complementari, quasi non si sa dove finiscano le sue dita ed inizino le corde, o dove finisca il suo cantato ed inizi la musica. La voce di Calonego, sia chiacchierandoci assieme che ascoltando il suo disco, nelle rare apparizioni in brani come ad esempio “Delta”, sembra quasi buttata lì senza accorgimenti, ma risulta come tonalità sempre perfettamente amalgamata alle note, quasi non ci potesse essere altro suono delle sue corde vocali, roco, basso, profondo ed un poco graffiante. Il blues non è il filo conduttore di questo lavoro, seppure lo stesso Calonego confessa di aver cominciato dalle dodici battute, e, ragion per cui si trova su questa rivista, di averle ancora e sempre nel cuore, ma la sua innata abilità lo ha portato lontano, sino a far cantare la chitarra, che abbraccia come fosse una bella donna, in brani come la title track “Dadigadì”, dall’incredibile cambio di tempo e di atmosfera, o in “Dea”, e riuscendo a racchiudere sonorità così legate al nostro vissuto da renderle familiari e note, pur senza riconoscerne veramente la provenienza. Un viaggio nell’ascolto e nell’anima. " 

Davide Grandi

IL BLUES MAGAZINE

recensione

«Sono uno dei pochi privilegiati ad aver ascoltato Dadigadì prima dell’uscita ufficiale. Non mi permetto di dare opinioni tecniche, anche se fin dalla prima nota si capisce che dietro al risultato finale ci sono ore e ore di studio, di cambiamenti e di stravolgimenti. Preferisco soffermarmi su cosa mi ha comunicato l’ascolto, quasi in modo onirico o come se fosse il racconto di un viaggio immaginario. Perché Sergio ci conduce con la sua chitarra proprio in un viaggio… e non aspettatevi un viaggio facile: per seguirlo a dovere vi consiglio il buio e le cuffie. E lasciatevi trasportare senza fare resistenza. Io l’ho fatto e il suo viaggio è diventato il mio. E per me che sono immobilizzato per una malattia questa è stata un’occasione, un regalo. Sentendo la chitarra mi sono virtualmente spostato avanti e indietro nel tempo e nello spazio. Sono tornato bambino e ho risentito il profumo dell’erba appena tagliata in campagna e del pane appena sfornato. Quasi ho riprovato il sano dolore alle ginocchia dopo le innumerevoli cadute dalla bici. Mi sono passati davanti i volti di ragazze, come un mosaico formato dalle note. E poi le corse dietro i tram, i bar nell’alba nebbiosa e tanti treni. Ma non basta. La mia immaginazione, col passare delle tracce, ha cambiato visuale. Il ricordo ha lasciato spazio al sogno e mi sono ritrovato seduto su una sedia a dondolo a guardare l’orizzonte. Davanti a me solo pace e il rumore del vento. Il sole basso illumina il fiordo che mi è davanti. Sono solo ma so che tra poco non lo sarò più. Forse è il mio paradiso. È finito il CD: bisogna farlo ripartire per vivere nuove sensazioni, magari le stesse, magari diverse. Non posso che augurarvi buon viaggio.»

 Dadigadì / Piero Castello

fotografia di Federico Sponza

recensione

RECENSIONE

Arturo non suona la chitarra... la ascolta. Non fa suonare alla chitarra ciò che lui già sa, la interroga. e resta in ascolto. Lui e la sua chitarra mi ricordano R2D2 e D3 PO... il robot e l'androide di star wars... il piccoletto che parlava con suoni che nessuno poteva decifrare se non il suo amico androide... creavano dialoghi di cui noi potevamo comprendere solo una parte. Questo mi ricordano Arturo e la sua D-28... Sergio la interroga e lei risponde di suoni, di vibrazioni e di linguaggi che parlano a lui soprattutto... e noi restiamo a godere di un dialogo. Cosa si saranno detti, alla fine, non lo sappiamo, non ce lo svelano, è come guardare una scena d'amore o un abbraccio in un film in lingua straniera... perdi le parole ma cogli il gesto e le emozioni... e la chiami musica. E la ami musica. La sorridi musica. La piangi musica. Dopo, se vuoi, puoi tornare a casa tua, come di ritorno da una terra straniera, senza saperla nominare. Ma ci sei stato.

Riccardo Sonzogni

fotografia di Valerio Santagostino

RECENSIONE

recensione

" (..) conclude la serata Sergio Arturo Calonego, un’altra nuova acquisizione al mondo del fingerstyle italiano. Lui proviene dal blues elettrico e dalla canzone d’autore finché nel 2013 esce con Marinere, un album solista in cui emerge la sua dimensione intima di chitarrista acustico e dove la voce, quando è presente, interagisce con la chitarra senza prendere il soppravvento; una chitarra accordata perennemente in DADGAD, ricca di groove, suonata facendo ampio uso di armonici e nuove tecniche percussive. Questo disco doveva essere più che altro un demo, una testimonianza privata destinata all’archivio personale del musicista, ma la buona riuscita del lavoro e l’accoglienza che ha ricevuto sono destinate a modificarne la traiettoria. Grazie a Marinere Mogol ha premiato Calonego con una Targa SIAE come miglior autore: un riconoscimento che ha contribuito non poco alla sua visibilità. E qui, a Ferentino, Sergio ha suonato diverse tracce del suo CD, soprattutto i brani strumentali, a parte la suggestiva canzone d’amore “Suite R.”. Inoltre ha anticipato alcuni pezzi che entreranno a far parte del suo prossimo disco, che sarà presentato al Festival de la Guitare di Issoudun in Francia. Una personalità dirompente, che si trasferisce nella sua musica conferendole originalità e imprevedibilità.

Andrea Carpi 

CHITARRA ACUSTICA

RECENSIONE

" Dadigadì. Un’eco del levante che rimbalza a occidente e poi ritorna indietro in cerca di altre strade. Sergio Arturo Calonego tradisce dal nome l’inclinazione all’alchimia.  Non va a caccia di antiche radici, piuttosto le distilla e le restituisce in suono. Le sei corde sono solchi segnati dall’aratro del tempo, tra i quali la mano si muove spigolando storie.  Quello che ti arriva addosso sono secoli di vita di povera gente. Puoi contarne le gocce di sudore appese al pentagramma. Tapping, percussioni e altro. Potresti dirgli “bravo”, ma non c’è tecnica che tenga. Piuttosto quattro note che cercano un appiglio scavando in profondità. L’ascolto dei suoi dischi è sempre un viaggio, ma un curioso viaggio circolare. Musica liquida che imbeve la terra e risveglia odori di altre vite. Il sole non è mai a picco tra le sue composizioni; una luce radente allunga le ombre ed esalta i colori. Una musica  a pochi centimetri dal suolo, ancorata a zolle, asfalto, marciapiedi. Ciò che cattura i sensi è nostalgia di qualcosa che era qui anche se non ricordi quando, qualcosa che ti appartiene anche se non c’eri ancora. Finisce che fai uno sforzo di memoria e ti ritrovi chissà dove. Alchimia sonora, non c’è dubbio."    

 

Dadigadì / Roberto De Luca

fotografia di Raffaella Vismara

RECENSIONE

recensione

Indubbiamente l'ascolto degli stessi brani in dimensione live, al cospetto di questo personaggio semplice ed apparentemente austero, acquista ancora più pathos perchè Calonego la chitarra la accarezza, la scuote, la picchia, l'allontana e la riavvicina, la osserva, quasi con tenerezza. Da un rapporto simile non può che scaturire grande musica e “Dadigadì”, prima delle otto tracce contenute nel cd, ne è l'immediata dimostrazione. Le atmosfere che i brani possono creare sono infinite. Il paesaggio intorno potrebbe essere uno sperduto villaggio andaluso come il tinello di casa, le afose strade cubane come un qualunque pub della nostra città. Basta chiudere gli occhi e lasciare che siano le sue note a condurci, scoprendo che la fine del cammino giunge troppo presto. E la voglia sarebbe quella di continuare.

Dadigadì / Giorgio Pezzana Music Mag 

fotografia Valerio Santagostino

recensione

recensione

Quando cerchi di descrivere un musicista pensi subito a quelle definizioni categorizzanti che ti hanno insegnato a scuola. C’è il rocker, il bluesman, il jazzista. Lui invece non si rinchiude dentro a nessuna categoria. Anzi, ne vuole stare fuori. Perché un’etichetta dice cosa sei e soprattutto cosa non sei e il viaggio di Sergio Arturo Calonego nella musica non è ancora arrivato ad uno stop definitivo. Calonego è un poeta della musica con mille facce, con tante storie da raccontare e altrettanti modi e stili per farlo. Un musicista votato al costante cambiamento, un “fotografo di emozioni” che nel suo viaggio con la chitarra in mano è passato dal jazz all’acustico, da leader di una band a solista, da chitarrista ad “acoustic sailor”..

 

Dadigadì / Kevin Ben Alì Zinati

fotografia di Fabio Beretta

recensione

recensione

Si riprende la strada con un soffio di Mediterraneo nell’iniziale Dadigadì, titolo che riecheggia l’accordatura DADGAD, molto usata dal chitarrista Pierre Bensusan e adottata dal nostro in questo disco. Dissonata ha il sapore di un racconto per immagini inespresso, troppo a lungo taciuto. Delta è puntinata da un cantato blues, rauco un po’ alla Tom Waits. Dancera inizia con la fisarmonica di Armando Illario ed il suo sapore esotico per poi lasciare spazio ad un saliscendi della chitarra sulle corde delle emozioni. Dea è una culla, una culla fatta da un piccolo guscio che lenta oscilla tra onde sonore calde come un abbraccio che zittisce ogni paura, ogni tremore della notte. Duende fa riaffondare il respiro nell’Africa, con un lento inesorabile crescendo, come sabbia del deserto prima appena smossa dal vento che poi cerca di ricoprire chi lì dorme sotto il cielo stellato. Darlin ritorna ad un animo blues che sembra sussurrare la storia di un uomo che diventa una tromba ad un ascoltatore che deve essere lì presente, lì vicino, come solo un concerto in un luogo minuscolo consente, con i piccoli divertissement del caso. E’ una canzone che sembra danzare sulle punte, come una ballerina di Degas che si libra nell’aria in modo mirabile e poi si riappropria del suo essere bambina con una linguaccia al pubblico e poi riprende a volare come se nulla fosse. Darandèl chiude il cerchio con un degli accordi più densi, come ad estrarre dalla chitarra gli ultimi segreti.

 

Dadigadì / Arianna Passalacqua

fotografia di Alberto Ciceri

recensione

Gli appassionati di chitarra apprezzeranno “Dadigadì”, l’ultimo album in solo di Sergio Arturo Calonego, nel quale si rincorrono due mani su una tastiera e una cassa armonica che definiscono uno spazio molto espanso. Uno spazio in cui il ritmo, la ricerca sullo sviluppo ritmico, sembra poter allacciare la scrittura a una forma libera e piena di significato. la successione delle tracce di “Dadigadì” assume un significato più profondo, che può essere ricondotto a un linguaggio estremo nell’impianto, nella matrice, ma estremamente elastico e pieno di possibilità nella forma e nei riflessi che assume dentro lo svolgimento delle singole parti di cui si compone.  Il risultato più compiuto di questo percorso di elaborazioni lega insieme gli otto brani di “Dadigadì”, in un crescendo di movimenti, di armonia, di ritmo, di possibilità interpretative che spingono l’album molto in alto. Gli andamenti melodici dei brani sono originali e affascinanti, soprattutto perché, quasi sempre, Calonego riesce a incastrarli con equilibrio nella narrazione ritmica, che si configura come l’elemento primario del suo chitarrismo. Quando emergono in modo più netto, configurano una scena lineare e morbida, originale ancorché coerente con la struttura generale e l’dea che ne è alla base: è il caso di “Dea” e “Darandel”, il brano di chiusura dell’album. 

 Dadigadì / Daniele Celestini

fotografia di  Valeria Bissacco

recensione

Sergio Arturo Calonego torna con "Dadigadì". Dopo l'apprezzato album d'esordio, "Marinere", uscito nel 2013, il cantautore e chitarrista milanese riprende la strada della sperimentazione musicale e propone un disco sfaccettato, ricco nella sua essenzialità e denso di emozioni. Il nuovo cd è composto da otto canzoni in cui la chitarra acustica recita un ruolo da indiscussa protagonista e le parole sono piccoli cameo che regalano luci e riflessi emozionali. Calonego seduce l'ascoltatore con note e accordi che richiamano atmosfere arabeggianti ("Duende"), tzigane ("Dancera") e blues ("Delta"). Un album rilassante, da gustare accompagnato da distillati pregiati e profumi speziati alla luce soffusa di qualche candela. 

Dadigadì / Martin Cervelli

fotografia di Alberto Ciceri

recensione

recensione

Marinere è il profumo dei fiori selvatici in copertina. Fiori la cui grazia non è stata ammaestrata dagli innesti, ma sgorga direttamente da dentro. Qualcuno, senza nemmeno commettere un grosso errore, potrebbe definirlo fingerstyle, ma a me piace più immaginare Sergio come un Frank Sinatra che pensa “[I ]did it my way...”, magari anche con un tocco di irriverenza alla Sid Vicious. L’inizio è affidato a Solisud denso di notte mediterranea, ideale per accompagnare nella conta delle stelle (ed esprimere un desiderio). La title track è dedicata, come tutto il disco “alle donne che hanno saputo, sanno e sapranno aspettare”, ed è breve come un sospiro di attesa, una rapida onda del mare. Seluna mostra tutto ciò che una chitarra da sola può fare. Può dare l’illusione che ci sia un djambé, che ci siano più musicisti, che suoni un’orchestra invisibile. Può far sognare mentre si aspetta... Poi arriva “l’anomalia” del disco, Non ti crucciar: sembra omaggiare il teatro-canzone di Gaber con quel garbo innato nel descrivere l’indolenza di Roma e nel ricordare un dolce afflato passato. E con il lalalala finale malinconico e struggente come un’elegia duinese. Saint Malo è un’alba sulle coste della Bretagna in cui le parole affiorano solo all’inizio, poi “conta la musica” (Quanto t’ho amato può essere profetica...). Sotto la pioggia si fa sempre più rarefatta, con immagini di dolce quotidianità, tra “impalcature sentimentali interiori”.  Il viaggio si conclude a Donegal  fondendosi con la nebbia celtica e le leggende d’Irlanda. Marinere è un disco ideale per viaggiatori, per lunghi percorsi in solitaria come quelli descritti in Non si muore tutte le mattine da Capossela. Quando motivo del viaggiare è il viaggio in sè, e l’unica compagnia è quella della chitarra da imbracciare sulla spiaggia buia. Niente spettatori, niente amici, “non esiste nulla fuori” (Suite. R.). Ed in quella perfetta solitudine si può ricordare un amore perduto.

MESCALINA / Arianna Marsico

fotografia di Valerio Santagostino

recensione

A Dadigadì segue Dissonata , brano per lunghi tratti basato su un pedale armonico , da cui emerge ad un certo punto una delicata melodia. Delta costruisce un groove intrigante e lascia un po’ di spazio alla voce gravelly , sabbiosa, che pennella poche sofferte parole, tirando verso una strana forma di blues. E via con Dancera, Dea e Duende, la quale, quest’ultima adombra fra armonici e sfregamenti un sapore brasileiro, scurito all’inizio del tema da armie non appartenenti al mondo di Jobim e soci. Ve ne state accorgendo ? I titoli dei brani inziano tutti con una D ..      

 

Dadigadì / Walter Muto

Fotografia di Andrea Caristo

recensione

Andrà nel tempio di Marcel Dadi, il Festival Guitare di Issoudun in Francia, a presentare il suo secondo lavoro, Dadigadì, una pregevole sintesi fra il cognome del grande chitarrista d’oltralpe e l’accordatura alternativa che normalmente suona. Il disco è bello e fresco, non si ferma ad una semplice dimostrazione delle tecniche più in voga, ma si spinge a un dialogo con l’ascoltatore, coinvolgendolo nelle sue circonvoluzioni sonore. Ritengo “Darlin’” il brano più intelligente, un gioco con una voce da bluesman consumato che si fa accompagnare da uno swing sporco in pieno stile Paolo Conte. Pregevoli anche la title track e la ‘chiacchierata’ “Delta”. Manca un riferimento stilistico a Marcel, ma può darsi che così sia per un ossequioso pudore del nostro ex extraterrestre. Un ottimo secondo lavoro, ma, conoscendo Sergio, vorrei spronarlo nel prossimo disco a far parlare di più il suo cuore, so che ne è capace.

Dadigadì / Alberto Grollo

 Fotografia di  Andrea Furlan

recensione

Marinere può essere considerato il suo effettivo esordio come solista ed è inciso per intero con la chitarra acustica.  Sergio si dimostra un chitarrista di tutto rispetto, appassionato ricercatore delle tecniche e sonorità del passato, ma al contempo desideroso di sperimentare nuove soluzioni per creare un suono e uno stile personali. Da tempo, informazione che interesserà gli amanti della chitarra, utilizza raramente l’accordatura canonica, e si cimenta quasi sempre con l’accordatura aperta di DADGAD. Marinere non è un lavoro immediato, ma intimista e di classe, da centellinare con più attenti ascolti per assorbirne tutte le sfumature e dove la voce, quando utilizzata, è comunque uno “strumento” che interagisce con la chitarra, senza prevalere. Calonego può sicuramente essere definito un cantautore, poiché scrive sia musica che testi delle sue canzoni, ma il suo approccio musicale vede sempre la chitarra acustica fingerstyle  come protagonista, usata in modo anche percussivo, ricco di armonici, creando un ensemble sonoro speciale che ricorda a tratti Tommy Emmanuel e il compianto Michael Hedges. La critica ha accolto Marinere con interesse e Calonego ha ottenuto, dalle mani di Mogol, la Targa SIAE 2014, a conferma che il difficile viaggio intrapreso ha potenzialmente tutte le carte in regola per regalare molte nuove soddisfazioni.

Marinere / Stefano Tognoni

fotografia di Federico Sponza

RECENSIONE

"Sergio Arturo Calonego ha aperto il set dimostrando subito un divertente istrionismo, raccontando anche la particolare storia sul come si sia avvicinato alla chitarra acustica inoltre la curiosa scelta di accordare la chitarra “calante” a 432Hz, chitarra che Calonego suona esclusivamente con accordatura DADGAD (dalle sigle inglesi di Re La Re Sol La Re). La scaletta si è sviluppata alternando brani strumentali, “Seluna”, “Dissonata”, “Dadigadì” e brani cantati, “Suite r.” e “Darlin’”. I brani strumentali dimostrano la frequentazione degli stili contemporanei della chitarra acustica, conditi da quegli effetti percussivi che sono ormai corredo di ogni chitarrista acustico contemporaneo, ma questi non prendono mai il sopravvento e rimane un preciso senso della melodia che ce lo fa apprezzare. Simpatico intermezzo è la medley di “Summertime”, Crossroads”, dell’ “Adagio in Sol minore” di Albinoni e un divertente accenno finale a “Smoke on the Water”. Calonego gioca stavolta un po’ a fare la parodia del bluesman ed il pubblico apprezza anche questa capacità di non prendersi troppo sul serio (...) "

BlogFolk / Pier Luigi Auddino

fotografia di Gaetano Amodeo

GUITAR CLUB

“Issoudun è uno dei palcoscenici più prestigiosi del mondo della seicorde. Sergio Arturo Calonego ha presentato i brani del suo ultimo album, Dadigadì, con grande naturalezza, provocando una risposta da parte degli spettatori così calorosa da costringerlo a tornare sul palco subito dopo la sua esibizione”

 

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INTERVISTA

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