CALONEGO

Acoustic Music

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RECENSIONI

(recensioni cd: Marinere, Dadigadì, Frontera)

IL POPOLO DEL BLUES

Quando il cd che ci si accinge ad ascoltare, con l’intento di scriverne le proprie impressioni, è quello di un amico, a volte si ha la tentazione di “passare la mano” e delegare altri. Il timore è quello di perdere la giusta obiettività di giudizio. Con Frontera, il nuovo album di Sergio Arturo Calonego, non ho avuto remore. Lui stesso mi ha tolto dall’imbarazzo iniziale, regalandoci otto tracce a sua firma, perfette. Frontera sancisce un nuovo inizio chitarristico. Dopo la Fender Stratocaster degli inizi, e la passione per Albert King, Jimi Hendrix e Stevie Ray Vaughan, Sergio si era infatuato della chitarra acustica, accordata in DADGAD, ottenendo grazie ad essa ottimi riscontri. La nuova svolta è rappresentata dalla chitarra classica, quindi con corde di nylon, pur mantenendo la succitata accordatura. L’uso della chitarra classica gli consente di ottenere maggiore dinamica, dolcezza dove richiesto, ma al contempo intensità sonora crescente, riuscendo nel difficile intento di trasmettere sensazioni, anche “visive”. Frontera va ascoltato preferibilmente in cuffia, senza distrazioni. Ogni brano ci permette di “viaggiare” e visualizzare delle immagini, dei paesaggi, ricavandone sensazioni rilassanti. Otto composizioni per sola chitarra classica che sanciscono la maturità dell’autore, che con Frontera ha raggiunto quello che è, per ora, l’apice della sua produzione. Sergio è un chitarrista di valore internazionale, dotato di una classe ed un gusto non comuni. Chi lo ascolta non può non rendersene conto, il suo essere schivo e troppo modesto, non vi tragga in inganno, e se vi capita la possibilità di vederlo in concerto, non lasciatevela sfuggire. Ne rimarrete affascinati. Stefano Tognoni

Chitarra Acustica

Un disco che invita ad osservare e a oltrepassare. Frontera è il terzo disco di chitarra sola di Sergio Arturo Calonego – dopo Marinere del 2013 e Dadigadì del 2015 (recensito sul numero di novembre 2015) – con cui racconta di frontiere, «[…] frontiere geografiche o interiori che siano, e che rappresentano confini da difendere o limiti da superare. Dipende solo da che parte le stiamo osservando.»

La chitarra di Sergio Arturo è con le corde di nylon, registrata in presa diretta, senza alcuna sovraincisione, puro strumento tra sé e il proprio mondo interiore, percorso da confini ma anche da praterie, distanze siderali, ricordi che si snodano come strade senza una particolare meta, dolci suggestioni, pulsare di ritmi ancestrali. Questo – e per fortuna molto altro, ben difficile da raccontare – nelle otto tracce di tale splendido, toccante disco di chitarra sola, che porta ciascuno di noi per mano a scoprire e conoscere un proprio mondo interiore, quasi senza accorgersene, mentre ‘apparentemente’ accarezza il nostro piacere di ascoltatori col suo suono caldo e avvolgente. Suono così particolare grazie anche all’accordatura DADGAD, che da sempre Calonego adotta e ormai sente sua; e che gli ha dato modo di trovare la propria cifra, che si tratti di fingerpicking, o di blues, o di canzone d’autore. Qui si ritrova un po’ tutto questo – anche se i brani sono solo strumentali – grazie al fatto che il Racconto, il Viaggio, tipiche tematiche da canzone d’autore, sono così ben rappresentati dalla poesia che Sergio Arturo sa esprimere in musica. E allora che sia “Dolcezza” dedicata a Napoli, “Discovery” che trasporta tra stelle e mondi lontani, o ancora “Pulsar” che ci riporta al corpo, al battere vitale del nostro cuore, tutto ci aiuta a capire dove la frontiera è prossima, e quando e perché è il momento di superarla.

 

Chitarra Acustica 7-2019 / Gabriele Longo 

Mescalina (Frontera)

Sergio Arturo Calonego fa di nuovo capolino con il suo sorriso e la sua chitarra accordata in dadgad con Frontera, a quattro anni di distanza da Dadigadì. Lo fa con un disco che nato, per certi versi, sulle dune di Pilat, in Francia, e che sin dal primo ascolto potrebbe avere il magico potere di farvi isolare dagli ingranaggi da Tempi Moderni. Almeno la prima volta, ascoltatelo in cuffia. E senza quasi che ve ne accorgiate il vostro respiro si farà profondo e diventerà un tutt’uno con questi tocchi delicati delle corde, facendovi dimenticare di dove siete, delle vostre coliti, gastriti e compagnia bella. Perché il vero viaggio, tema portante dell’album, inizia da se stessi. Frontera supera le divisioni a cui la parola potrebbe far pensare, diventando un nastro di bellezza tra Europa e Africa che si erge su questo disperato mar Mediterraneo, con la naturalezza che è propria della registrazione in presa diretta. Agadir e Dolcezza, dedicate rispettivamente a Agadir e Napoli, fanno danzare assieme le malinconie del deserto con il sapore partenopeo della vita. Discovery già dal titolo porta la chitarra a arrampicarsi con dolce tenacia tra le stelle e le galassie. Frontera, la title  - track, ha un inconscio retrogusto della deandreaiana  La cattiva strada, tendendo il già menzionato nastro di bellezza verso Genova. Ma non ci sono solo dolce raccoglimento e viaggio in questo disco. C’è anche il tentativo di dare forma e senso a un addio, o chissà, a un arrivederci, in Manì, dedicato all’amico e regista Riccardo Riccardi. Qui le note sembrano ripercorrere ogni passo con l’amico perduto, quasi a lenire il dolore accordo dopo accordo. Parlando della genesi del brano Frontera, Calonego ha scritto che dinanzi all’orizzonte si sentì “piccolo e insignificante ma perfettamente consapevole e sereno di questa condizione”. Allora mentre ascoltate questo disco chiudete gli occhi per immaginare un orizzonte lontano e meraviglioso, sentendovi un gioioso o-piccolo rispetto all’infinito.

Mescalina / Arianna Marsico 

Isola (Frontera)

Scrivere di Frontera, il lavoro più recente di Sergio Arturo Calonego, chitarrista raffinato ed elegante, è un piacere per un duplice motivo. Il primo è ovviamente direttamente legato al contenuto del disco stesso, perché qui si tratta di un gran bel disco, senza ombra di dubbio il miglior lavoro di Calonego, frutto di una ricerca e di uno studio che Sergio Arturo porta avanti da tempo e che ora trovano concretezza in questo “Frontera”. Il secondo motivo è legato invece alla scelta dell’autore di non pubblicare il disco sulle piattaforme digitali, utilizzando invece il proprio sito per la vendita diretta. Questo restituisce di fatto un ruolo al recensore che finalmente ha l’opportunità di fare nuovamente il proprio mestiere, quello cioè di descrivere, commentare ed esprimere un giudizio, nella speranza di essere d’aiuto al potenziale ascoltatore/acquirente. Con lo streaming, questo ruolo perde quasi del tutto il suo significato, visto che l’ascoltatore può ascoltare senza acquistare, valutando direttamente senza intermediazioni. E qui ci fermiamo, perché è un discorso così complesso che ci porterebbe lontano, dove generalizzare non è mai la soluzione. Ma torniamo a Calonego ed entriamo nel merito dei contenuti di “Frontera”. Il filo conduttore che unisce gli otto brani del disco è il tema del viaggio, otto pezzi strumentali in fingerstyle registrati in presa diretta, cioè quello che si ascolta è ciò che il chitarrista lombardo suona, senza nessuna sovraincisione in studio di registrazione. La sua chitarra monta corde in nylon e questo, pur essendo un aspetto squisitamente tecnico, è importante da dire perché quel suono, morbido ed avvolgente, abbinato all’accordatura DADGAD (un’accordatura araba mutuata da quella OUD magrebina e con la quale suona praticamente di tutto, blues compreso), è ormai il suo marchio di fabbrica, come spiega lo stesso artista sul proprio sito, ma è soprattutto il risultato delle sue lunghe sessioni di studio e di ricerca sullo strumento. In questo lavoro non ascolterete fughe ad alta velocità sul manico della chitarra, no, non è lo stile di Calonego. Avrete, invece, modo di apprezzare sofisticate armonie ed eleganti sequenze di note dai sapori diversi ed in perfetta sintonia con lo spirito di un viaggio che tocca molte tappe. Quel che ne esce sono trame sonore che richiamano culture e civiltà del mediterraneo, come nel brano Dolcezza, dedicato alla città di Napoli, ma anche atmosfere vagamente andaluse o sudamericane per rimanere in un ambito di concretezza. Ma questo itinerario segue anche strade più intime e personali che ispirano l’autore a scrivere Mani e Benseguir, dove quest’ultimo evoca un luogo immaginario ispirato ai ricongiungimenti. Allargando i confini, si va anche oltre l’orizzonte con Pulsar, un brano dal ritmo ipnotico che porta l’ascoltatore direttamente nello spazio. Chiude il disco la title track, Frontera, che nasce da un viaggio di Calonego sulle Dune di Pilat, a poca distanza da Bordeaux, dalla cima delle quali ha avuto modo di osservare l’Oceano Atlantico e il suo orizzonte, interiorizzando in quel luogo l’idea di questo disco. Da segnalare anche la bella copertina realizzata da Dario Glauco Valenta, che riproduce un quadro realizzato da Alberto Amboni su soggetto del pittore Claudio Benoffi. In conclusione un disco affascinante, onirico e rilassante da ascoltare senza interruzioni e ad occhi chiusi. E quando finisce ricominciare daccapo. Lo so che la prima reazione è quella del “sarebbe bello non trovo mai il tempo per ascoltare un album intero!”, ma dopotutto il compito del vostro recensore era quello di ascoltare, valutare e, come in questo caso, consigliare… Chi è interessato al disco potrà comprarlo direttamente dall’autore collegandosi al suo sito www.calonego.it  dove, nella sezione shop, potrà scegliere di comprare il bundle cd fisico + MP3, oppure solo i file MP3 o la versione digitale di “Frontera” in alta definizione (HD).

Isola della Musica / Nicola Olivieri 

Rho Mauro (Frontera)

Quattro anni dopo l'uscita del magico DADIGADI'  lo splendente suono della Chitarra di Sergio Arturo Calonego torna a riempire le stanze della dimora tonnuta. Questa volta il viaggio nella "Pura Musica" d'Autore è Garantito da FRONTERA. Otto nuove composizioni spalmate in mezz'ora di Grande Poesia perchè, alla resa dei conti, di questo stiamo parlando: di un Poeta che racconta al Mondo delle Storie  con la sua hitarra. Un Uomo con delle Idee e la sua Chitarra: nulla di più di quello che serve per confezionare un Capolavoro quando, in premessa,  hai dalla tua parte una Tecnica di base invidiabile, uno Strumento degno di tale nome e quel giusto pizzico di "sana follia" che ti consente di accordare lo Strumento in modo inconsueto per queste latitudini e di percuoterlo dolcemente creando suoni che escono da una porta aperta sull'infinito. Tutto ciò rende FRONTERA un Capolavoro. Un disco che, nelle parole dello stesso Calonego, "racconta  di frontiere. Le frontiere geografiche o interiori che siano, possono essere confini da difendere o limiti da superare. Dipende solo da che parte le stiamo osservando." Registrato in presa diretta, senza alcuna sovraincisione, utilizzando lo Strumento Classico con corde in Nylon e pizzicato e dolcemente percosso come solo Calonego sa fare  nascono  perle interamente strumentali ed  introspettive  come DOLCEZZA, BLANCA, o ancora viaggi nello spazio come DISCOVERY. 
Risplende di luce propria MANI' che lascia intendere un viaggio tra ricordi ed echi del passato. Il tragitto prosegue con AGADIR che richiama suoni di terre lontane,  con PULSAR che ha dentro il ritmo percussivo più incisivo del disco, e con BENSEGUIR si giunge al pezzo deputato a chiudere in bellezza il percorso, ovvero la title-track FRONTERA. Canzone che evoca spazi infiniti, quest'ultima traccia,  lascia definitivamente il segno nella sfera emozionale di chi arriva alla fine dell'ascolto avendo davvero sperimentato un "viaggio interiore" dentro un "Mondo Possibile" ... che sicuramente non  è quello che ci circonda là fuori ma che, sicuramente,   è dentro il cuore e l'anima di questo Splendido Artigiano della Musica.
Rho Mauro 

RECENSIONE

( .. ) Calonego e la sua chitarra sembrano due lati della stessa medaglia, indivisibili e complementari, quasi non si sa dove finiscano le sue dita ed inizino le corde, o dove finisca il suo cantato ed inizi la musica. La voce di Calonego, sia chiacchierandoci assieme che ascoltando il suo disco, nelle rare apparizioni in brani come ad esempio “Delta”, sembra quasi buttata lì senza accorgimenti, ma risulta come tonalità sempre perfettamente amalgamata alle note, quasi non ci potesse essere altro suono delle sue corde vocali, roco, basso, profondo ed un poco graffiante. Il blues non è il filo conduttore di questo lavoro, seppure lo stesso Calonego confessa di aver cominciato dalle dodici battute, e, ragion per cui si trova su questa rivista, di averle ancora e sempre nel cuore, ma la sua innata abilità lo ha portato lontano, sino a far cantare la chitarra, che abbraccia come fosse una bella donna, in brani come la title track “Dadigadì”, dall’incredibile cambio di tempo e di atmosfera, o in “Dea”, e riuscendo a racchiudere sonorità così legate al nostro vissuto da renderle familiari e note, pur senza riconoscerne veramente la provenienza. Un viaggio nell’ascolto e nell’anima. " 

Davide Grandi

IL BLUES MAGAZINE

recensione

«Sono uno dei pochi privilegiati ad aver ascoltato Dadigadì prima dell’uscita ufficiale. Non mi permetto di dare opinioni tecniche, anche se fin dalla prima nota si capisce che dietro al risultato finale ci sono ore e ore di studio, di cambiamenti e di stravolgimenti. Preferisco soffermarmi su cosa mi ha comunicato l’ascolto, quasi in modo onirico o come se fosse il racconto di un viaggio immaginario. Perché Sergio ci conduce con la sua chitarra proprio in un viaggio… e non aspettatevi un viaggio facile: per seguirlo a dovere vi consiglio il buio e le cuffie. E lasciatevi trasportare senza fare resistenza. Io l’ho fatto e il suo viaggio è diventato il mio. E per me che sono immobilizzato per una malattia questa è stata un’occasione, un regalo. Sentendo la chitarra mi sono virtualmente spostato avanti e indietro nel tempo e nello spazio. Sono tornato bambino e ho risentito il profumo dell’erba appena tagliata in campagna e del pane appena sfornato. Quasi ho riprovato il sano dolore alle ginocchia dopo le innumerevoli cadute dalla bici. Mi sono passati davanti i volti di ragazze, come un mosaico formato dalle note. E poi le corse dietro i tram, i bar nell’alba nebbiosa e tanti treni. Ma non basta. La mia immaginazione, col passare delle tracce, ha cambiato visuale. Il ricordo ha lasciato spazio al sogno e mi sono ritrovato seduto su una sedia a dondolo a guardare l’orizzonte. Davanti a me solo pace e il rumore del vento. Il sole basso illumina il fiordo che mi è davanti. Sono solo ma so che tra poco non lo sarò più. Forse è il mio paradiso. È finito il CD: bisogna farlo ripartire per vivere nuove sensazioni, magari le stesse, magari diverse. Non posso che augurarvi buon viaggio.»

 Dadigadì / Piero Castello

fotografia di Federico Sponza

recensione

RECENSIONE

Arturo non suona la chitarra... la ascolta. Non fa suonare alla chitarra ciò che lui già sa, la interroga. e resta in ascolto. Lui e la sua chitarra mi ricordano R2D2 e D3 PO... il robot e l'androide di star wars... il piccoletto che parlava con suoni che nessuno poteva decifrare se non il suo amico androide... creavano dialoghi di cui noi potevamo comprendere solo una parte. Questo mi ricordano Arturo e la sua D-28... Sergio la interroga e lei risponde di suoni, di vibrazioni e di linguaggi che parlano a lui soprattutto... e noi restiamo a godere di un dialogo. Cosa si saranno detti, alla fine, non lo sappiamo, non ce lo svelano, è come guardare una scena d'amore o un abbraccio in un film in lingua straniera... perdi le parole ma cogli il gesto e le emozioni... e la chiami musica. E la ami musica. La sorridi musica. La piangi musica. Dopo, se vuoi, puoi tornare a casa tua, come di ritorno da una terra straniera, senza saperla nominare. Ma ci sei stato.

Riccardo Sonzogni

fotografia di Valerio Santagostino

RECENSIONE

RECENSIONE

" Dadigadì. Un’eco del levante che rimbalza a occidente e poi ritorna indietro in cerca di altre strade. Sergio Arturo Calonego tradisce dal nome l’inclinazione all’alchimia.  Non va a caccia di antiche radici, piuttosto le distilla e le restituisce in suono. Le sei corde sono solchi segnati dall’aratro del tempo, tra i quali la mano si muove spigolando storie.  Quello che ti arriva addosso sono secoli di vita di povera gente. Puoi contarne le gocce di sudore appese al pentagramma. Tapping, percussioni e altro. Potresti dirgli “bravo”, ma non c’è tecnica che tenga. Piuttosto quattro note che cercano un appiglio scavando in profondità. L’ascolto dei suoi dischi è sempre un viaggio, ma un curioso viaggio circolare. Musica liquida che imbeve la terra e risveglia odori di altre vite. Il sole non è mai a picco tra le sue composizioni; una luce radente allunga le ombre ed esalta i colori. Una musica  a pochi centimetri dal suolo, ancorata a zolle, asfalto, marciapiedi. Ciò che cattura i sensi è nostalgia di qualcosa che era qui anche se non ricordi quando, qualcosa che ti appartiene anche se non c’eri ancora. Finisce che fai uno sforzo di memoria e ti ritrovi chissà dove. Alchimia sonora, non c’è dubbio."    

 

Dadigadì / Roberto De Luca

fotografia di Raffaella Vismara

RECENSIONE

recensione

Indubbiamente l'ascolto degli stessi brani in dimensione live, al cospetto di questo personaggio semplice ed apparentemente austero, acquista ancora più pathos perchè Calonego la chitarra la accarezza, la scuote, la picchia, l'allontana e la riavvicina, la osserva, quasi con tenerezza. Da un rapporto simile non può che scaturire grande musica e “Dadigadì”, prima delle otto tracce contenute nel cd, ne è l'immediata dimostrazione. Le atmosfere che i brani possono creare sono infinite. Il paesaggio intorno potrebbe essere uno sperduto villaggio andaluso come il tinello di casa, le afose strade cubane come un qualunque pub della nostra città. Basta chiudere gli occhi e lasciare che siano le sue note a condurci, scoprendo che la fine del cammino giunge troppo presto. E la voglia sarebbe quella di continuare.

Dadigadì / Giorgio Pezzana Music Mag 

recensione

recensione

Si riprende la strada con un soffio di Mediterraneo nell’iniziale Dadigadì, titolo che riecheggia l’accordatura DADGAD, molto usata dal chitarrista Pierre Bensusan e adottata dal nostro in questo disco. Dissonata ha il sapore di un racconto per immagini inespresso, troppo a lungo taciuto. Delta è puntinata da un cantato blues, rauco un po’ alla Tom Waits. Dancera inizia con la fisarmonica di Armando Illario ed il suo sapore esotico per poi lasciare spazio ad un saliscendi della chitarra sulle corde delle emozioni. Dea è una culla, una culla fatta da un piccolo guscio che lenta oscilla tra onde sonore calde come un abbraccio che zittisce ogni paura, ogni tremore della notte. Duende fa riaffondare il respiro nell’Africa, con un lento inesorabile crescendo, come sabbia del deserto prima appena smossa dal vento che poi cerca di ricoprire chi lì dorme sotto il cielo stellato. Darlin ritorna ad un animo blues che sembra sussurrare la storia di un uomo che diventa una tromba ad un ascoltatore che deve essere lì presente, lì vicino, come solo un concerto in un luogo minuscolo consente, con i piccoli divertissement del caso. E’ una canzone che sembra danzare sulle punte, come una ballerina di Degas che si libra nell’aria in modo mirabile e poi si riappropria del suo essere bambina con una linguaccia al pubblico e poi riprende a volare come se nulla fosse. Darandèl chiude il cerchio con un degli accordi più densi, come ad estrarre dalla chitarra gli ultimi segreti.

 

Dadigadì / Arianna Passalacqua

recensione

Gli appassionati di chitarra apprezzeranno “Dadigadì”, l’ultimo album in solo di Sergio Arturo Calonego, nel quale si rincorrono due mani su una tastiera e una cassa armonica che definiscono uno spazio molto espanso. Uno spazio in cui il ritmo, la ricerca sullo sviluppo ritmico, sembra poter allacciare la scrittura a una forma libera e piena di significato. la successione delle tracce di “Dadigadì” assume un significato più profondo, che può essere ricondotto a un linguaggio estremo nell’impianto, nella matrice, ma estremamente elastico e pieno di possibilità nella forma e nei riflessi che assume dentro lo svolgimento delle singole parti di cui si compone.  Il risultato più compiuto di questo percorso di elaborazioni lega insieme gli otto brani di “Dadigadì”, in un crescendo di movimenti, di armonia, di ritmo, di possibilità interpretative che spingono l’album molto in alto. Gli andamenti melodici dei brani sono originali e affascinanti, soprattutto perché, quasi sempre, Calonego riesce a incastrarli con equilibrio nella narrazione ritmica, che si configura come l’elemento primario del suo chitarrismo. Quando emergono in modo più netto, configurano una scena lineare e morbida, originale ancorché coerente con la struttura generale e l’dea che ne è alla base: è il caso di “Dea” e “Darandel”, il brano di chiusura dell’album. 

 Dadigadì / Daniele Celestini

 

recensione

Sergio Arturo Calonego torna con "Dadigadì". Dopo l'apprezzato album d'esordio, "Marinere", uscito nel 2013, il cantautore e chitarrista milanese riprende la strada della sperimentazione musicale e propone un disco sfaccettato, ricco nella sua essenzialità e denso di emozioni. Il nuovo cd è composto da otto canzoni in cui la chitarra acustica recita un ruolo da indiscussa protagonista e le parole sono piccoli cameo che regalano luci e riflessi emozionali. Calonego seduce l'ascoltatore con note e accordi che richiamano atmosfere arabeggianti ("Duende"), tzigane ("Dancera") e blues ("Delta"). Un album rilassante, da gustare accompagnato da distillati pregiati e profumi speziati alla luce soffusa di qualche candela. 

Dadigadì / Martin Cervelli

recensione

recensione

" (..) conclude la serata Sergio Arturo Calonego, un’altra nuova acquisizione al mondo del fingerstyle italiano. Lui proviene dal blues elettrico e dalla canzone d’autore finché nel 2013 esce con Marinere, un album solista in cui emerge la sua dimensione intima di chitarrista acustico e dove la voce, quando è presente, interagisce con la chitarra senza prendere il soppravvento; una chitarra accordata perennemente in DADGAD, ricca di groove, suonata facendo ampio uso di armonici e nuove tecniche percussive. Questo disco doveva essere più che altro un demo, una testimonianza privata destinata all’archivio personale del musicista, ma la buona riuscita del lavoro e l’accoglienza che ha ricevuto sono destinate a modificarne la traiettoria. Grazie a Marinere Mogol ha premiato Calonego con una Targa SIAE come miglior autore: un riconoscimento che ha contribuito non poco alla sua visibilità. E qui, a Ferentino, Sergio ha suonato diverse tracce del suo CD, soprattutto i brani strumentali, a parte la suggestiva canzone d’amore “Suite R.”. Inoltre ha anticipato alcuni pezzi che entreranno a far parte del suo prossimo disco, che sarà presentato al Festival de la Guitare di Issoudun in Francia. Una personalità dirompente, che si trasferisce nella sua musica conferendole originalità e imprevedibilità.

Andrea Carpi 

CHITARRA ACUSTICA

recensione

Quando cerchi di descrivere un musicista pensi subito a quelle definizioni categorizzanti che ti hanno insegnato a scuola. C’è il rocker, il bluesman, il jazzista. Lui invece non si rinchiude dentro a nessuna categoria. Anzi, ne vuole stare fuori. Perché un’etichetta dice cosa sei e soprattutto cosa non sei e il viaggio di Sergio Arturo Calonego nella musica non è ancora arrivato ad uno stop definitivo. Calonego è un poeta della musica con mille facce, con tante storie da raccontare e altrettanti modi e stili per farlo. Un musicista votato al costante cambiamento, un “fotografo di emozioni” che nel suo viaggio con la chitarra in mano è passato dal jazz all’acustico, da leader di una band a solista, da chitarrista ad “acoustic sailor”..

 

Dadigadì / Kevin Ben Alì Zinati

fotografia di Fabio Beretta

recensione

Marinere è il profumo dei fiori selvatici in copertina. Fiori la cui grazia non è stata ammaestrata dagli innesti, ma sgorga direttamente da dentro. Qualcuno, senza nemmeno commettere un grosso errore, potrebbe definirlo fingerstyle, ma a me piace più immaginare Sergio come un Frank Sinatra che pensa “[I ]did it my way...”, magari anche con un tocco di irriverenza alla Sid Vicious. L’inizio è affidato a Solisud denso di notte mediterranea, ideale per accompagnare nella conta delle stelle (ed esprimere un desiderio). La title track è dedicata, come tutto il disco “alle donne che hanno saputo, sanno e sapranno aspettare”, ed è breve come un sospiro di attesa, una rapida onda del mare. Seluna mostra tutto ciò che una chitarra da sola può fare. Può dare l’illusione che ci sia un djambé, che ci siano più musicisti, che suoni un’orchestra invisibile. Può far sognare mentre si aspetta... Poi arriva “l’anomalia” del disco, Non ti crucciar: sembra omaggiare il teatro-canzone di Gaber con quel garbo innato nel descrivere l’indolenza di Roma e nel ricordare un dolce afflato passato. E con il lalalala finale malinconico e struggente come un’elegia duinese. Saint Malo è un’alba sulle coste della Bretagna in cui le parole affiorano solo all’inizio, poi “conta la musica” (Quanto t’ho amato può essere profetica...). Sotto la pioggia si fa sempre più rarefatta, con immagini di dolce quotidianità, tra “impalcature sentimentali interiori”.  Il viaggio si conclude a Donegal  fondendosi con la nebbia celtica e le leggende d’Irlanda. Marinere è un disco ideale per viaggiatori, per lunghi percorsi in solitaria come quelli descritti in Non si muore tutte le mattine da Capossela. Quando motivo del viaggiare è il viaggio in sè, e l’unica compagnia è quella della chitarra da imbracciare sulla spiaggia buia. Niente spettatori, niente amici, “non esiste nulla fuori” (Suite. R.). Ed in quella perfetta solitudine si può ricordare un amore perduto.

MESCALINA / Arianna Marsico

recensione

A Dadigadì segue Dissonata , brano per lunghi tratti basato su un pedale armonico , da cui emerge ad un certo punto una delicata melodia. Delta costruisce un groove intrigante e lascia un po’ di spazio alla voce gravelly , sabbiosa, che pennella poche sofferte parole, tirando verso una strana forma di blues. E via con Dancera, Dea e Duende, la quale, quest’ultima adombra fra armonici e sfregamenti un sapore brasileiro, scurito all’inizio del tema da armie non appartenenti al mondo di Jobim e soci. Ve ne state accorgendo ? I titoli dei brani inziano tutti con una D ..      

 

Dadigadì / Walter Muto

recensione

Andrà nel tempio di Marcel Dadi, il Festival Guitare di Issoudun in Francia, a presentare il suo secondo lavoro, Dadigadì, una pregevole sintesi fra il cognome del grande chitarrista d’oltralpe e l’accordatura alternativa che normalmente suona. Il disco è bello e fresco, non si ferma ad una semplice dimostrazione delle tecniche più in voga, ma si spinge a un dialogo con l’ascoltatore, coinvolgendolo nelle sue circonvoluzioni sonore. Ritengo “Darlin’” il brano più intelligente, un gioco con una voce da bluesman consumato che si fa accompagnare da uno swing sporco in pieno stile Paolo Conte. Pregevoli anche la title track e la ‘chiacchierata’ “Delta”. Manca un riferimento stilistico a Marcel, ma può darsi che così sia per un ossequioso pudore del nostro ex extraterrestre. 

Dadigadì / Alberto Grollo

recensione

Marinere può essere considerato il suo effettivo esordio come solista ed è inciso per intero con la chitarra acustica.  Sergio si dimostra un chitarrista di tutto rispetto, appassionato ricercatore delle tecniche e sonorità del passato, ma al contempo desideroso di sperimentare nuove soluzioni per creare un suono e uno stile personali. Da tempo, informazione che interesserà gli amanti della chitarra, utilizza raramente l’accordatura canonica, e si cimenta quasi sempre con l’accordatura aperta di DADGAD. Marinere non è un lavoro immediato, ma intimista e di classe, da centellinare con più attenti ascolti per assorbirne tutte le sfumature e dove la voce, quando utilizzata, è comunque uno “strumento” che interagisce con la chitarra, senza prevalere. Calonego può sicuramente essere definito un cantautore, poiché scrive sia musica che testi delle sue canzoni, ma il suo approccio musicale vede sempre la chitarra acustica fingerstyle  come protagonista, usata in modo anche percussivo, ricco di armonici, creando un ensemble sonoro speciale che ricorda a tratti Tommy Emmanuel e il compianto Michael Hedges. La critica ha accolto Marinere con interesse e Calonego ha ottenuto, dalle mani di Mogol, la Targa SIAE 2014, a conferma che il difficile viaggio intrapreso ha potenzialmente tutte le carte in regola per regalare molte nuove soddisfazioni.

Marinere / Stefano Tognoni

fotografia di Federico Sponza

RECENSIONE

Sto divorando in macchina (unico rifugio per l'ascolto della musica che mi è rimasto) i due lavori di Arturo MARINERE e DADIGADI'...... Che dire?! Sono un appassionato di Blues e Art nell'anima "ha il Blues", l'ho sentito subito nel suo tocco, nel suo pathos, nell'imprinting della sua voce. Il suo "mood" personalissimo mi cattura e mi fa viaggiare tra quelle note che si alternano con grande cuore e maestria tra il percussivo e il lungo vibrtato, tra la dissonaza e la perfetta "costruzione armnonica". Su tutto la bellezza del suono dato dal solo tocco della sua mano e da una chitarra priva di effetti e modulazioni. Il suono! Punto! Il tutto si scandisce, si arrotola e si rivolta in un insieme di note, nè tante nè poche, quelle giuste, quelle che la Musica ha già scritto prima di suonarle, che però hanno l'effetto di un fiume in piena che travolge tutto e ti "porta via" con se. Personalmente  lo ritengo un poeta della chitarra e al contempo uno dei migliori artisti in circolazione. Grazie Art per il tuo contributo a ciò che di bello chiamiamo "arte". Un "tuo amico dei Blues" come mi definisci tu! - 
Alessandro Zecchi 
RECENSIONE

RECENSIONE

"Sergio Arturo Calonego ha aperto il set dimostrando subito un divertente istrionismo, raccontando anche la particolare storia sul come si sia avvicinato alla chitarra acustica inoltre la curiosa scelta di accordare la chitarra “calante” a 432Hz, chitarra che Calonego suona esclusivamente con accordatura DADGAD (dalle sigle inglesi di Re La Re Sol La Re). La scaletta si è sviluppata alternando brani strumentali, “Seluna”, “Dissonata”, “Dadigadì” e brani cantati, “Suite r.” e “Darlin’”. I brani strumentali dimostrano la frequentazione degli stili contemporanei della chitarra acustica, conditi da quegli effetti percussivi che sono ormai corredo di ogni chitarrista acustico contemporaneo, ma questi non prendono mai il sopravvento e rimane un preciso senso della melodia che ce lo fa apprezzare. Simpatico intermezzo è la medley di “Summertime”, Crossroads”, dell’ “Adagio in Sol minore” di Albinoni e un divertente accenno finale a “Smoke on the Water”. Calonego gioca stavolta un po’ a fare la parodia del bluesman ed il pubblico apprezza anche questa capacità di non prendersi troppo sul serio (...) "

BlogFolk / Pier Luigi Auddino

fotografia di Gaetano Amodeo

RECENSIONE